
Dopo due mesi di duro lavoro, in una delle estati più calde che Roma ricordi da tempo, finalmente ho consegnato le chiavi dei tre appartamentini al proprietario: ciò che era uno ora è trino.
Devo dire che, al di la dei buoni soldi guadagnati, questo lavoro mi ha gratificato professionalmente ed emotivamente.
Il proprietario dell?immobile è una persona facoltosa e non ha badato a spese; materiali di prima e massima disponibilità. Questo ha permesso a me e agli altri di lavorare in tutta tranquillità, cosa rara nel nostro lavoro assediati come siamo da committenti che probabilmente vorrebbero essere al nostro posto visto l?accanimento con cui seguono i lavori e i consigli che dispensano, neanche fossero degli esperti. Io capisco il voler controllare che il lavoro che paghi venga svolto in maniera corretta, ma quando trovi, mettiamo, uno stimato avvocato intento a rimestarti lui il tuo barattolo di vernice o il tuo secchio con lo stucco ti saltano i nervi o pensi ?un avvocato infelice, un muratore mancato ? .
Non è stato questo il caso e per festeggiare la fine del lavoro abbiamo deciso con i ragazzi di andare a far bisboccia fuori porta.
Il ristorante, se così si può chiamare, si trovava appena fuori da Rocca di papa e lo ha scelto Alessandro, un ragazzo con cui lavoro spesso e che abita proprio da quelle parti. Arrivarci è stata un?impresa; dopo aver percorso un dedalo di viottoli fra villini e terreni coltivati ci siamo trovati davanti a un cancello sormontato da un cartello appena visibile con su scritto in rozze pennellate ?Rino ? . Era questo l?unico segnale che ne rivelava la presenza, l?esistenza, per il resto sembrava di entrare in casa di qualcuno (di Rino probabilmente).
La sala, di proporzioni modeste, ospitava una quindicina di tavoli ed un arredamento minimal-inesistente; le pareti, che esternamente apparivano come lamiere degne di una baraccopoli, all?interno erano rivestite da una carta da parati il cui stato di ingiallimento ne connotava l?età avanzata ma non ancora cadente. La cucina era esterna, e l?anziana cameriera, con il viso segnato da mille e più rughe, faceva la spola fra i due edifici.
Si è cenato a prezzo fisso (15 ?) con tre portate di primi e una gigantesca fiamminga di carne mista alla brace con tanto di patate al forno e insalatina; vino rosso d?accompagno in quantità illimitata e in chiusura caffè e ammazzacaffè.
Lo stato in cui versavamo alla fine era di ebbra euforia non molesta ma leggermente sguaiata, ma del resto a parte noi dieci nessun altro occupava quei pochi tavoli.
Uscire nuovamente sulla strada maestra si rivelò più difficile del previsto visto che Alessandro, la nostra guida, l?unico a sapere esattamente dove eravamo, era impegnato in una accesa discussione con se stesso su chi siamo, dove andiamo e quando torniamo.
Dopo lunghe peregrinazioni e vari giri turistici dei castelli romani (sono quasi sicuro di aver letto almeno due volte il cartello ?Benvenuti a Marino ?) sono riuscito a guadagnare la porta di casa; erano le quattro di notte. Regnava un silenzio irreale, tutti gli abitanti del circondario dormivano il sonno del giusto; mi sono tolto, non senza difficoltà visto il mio barcollare, le scarpe ed i vestiti, impregnati di odori di cibarie e mi sono disteso sul letto ma non sono crollato subito. Ho pensato ai diari di Guido e alle poche pagine rimaste inviolate, alla lettera che avevo ricevuto, a come la mia vita si trovasse in una strana specie di limbo fra follia e lucidità, fra serenità e agitazione.
Ho finito la mezza canna che i ragazzi mi avevano lasciato e sono sprofondato dolcemente.
Ho fatto un sogno, io che i sogni non me li ricordo mai. Questa volta mi sono svegliato e l?ho tenuto stretto, l?ho rivissuto in fretta per non perderne nemmeno un brandello.
Sono seduto sulle pietre esagonali della Giant?s Causeway, una scogliera in Irlanda del nord, a poche miglia da Portrush; un posto fiabesco, legato ad una leggenda, quella del gigante irlandese che voleva andare fino in Scozia per risolvere cruentemente una questione in sospeso con un gigante di quelle parti.
Costruì un ponte e lo attraversò; ma lo scozzese era più tosto di lui e gliele suonò di santa ragione tanto da indurlo a scappare demolendo dietro di se il ponte, che tanto arrogantemente aveva costruito, per paura di essere inseguito.
La dove i resti del ponte sposano il mare ci sono io.
Non sono l?io che in quello stesso luogo si era seduto realmente tanti anni prima, giovane e spensierato, con i folti capelli che giocavano con il vento e con gli spruzzi di acqua salmastra, in una vacanza indimenticabile.
Allora il gigante l?avevo visto, c?era davvero, me lo aveva mostrato un allegro vecchietto che mi aveva caricato mentre facevo l?autostop: mentre andava spedito sulla litoranea, raccontandomi in un biascicato inglese la leggenda del luogo, aveva improvvisamente sterzato dirigendo la macchina verso una piazzola a strapiombo sulla scogliera dove, con tanto di sgommata sul brecciolino, si era fermato dicendomi di scendere. Con il cuore in gola per lo spavento (eravamo ad un metro scarso dal bordo, affacciati sul baratro) scesi e lui mi disse di guardare e silenziosamente indicò con il suo scheletrico dito la roccia a picco sul mare poco più avanti. Il mio stupore fu così forte che fece quasi un rumore, ma forse fu solo il vento che spazzava l?aria con forza: lì, scolpito nella scogliera, c?era il viso di un uomo, enorme, si vedeva distintamente, ho ancora una foto da qualche parte. Guardava veramente a nordest, verso la Scozia. Si era nascosto, a controllare spaventato, pietrificato. In tutti i sensi.
Ma nel sogno l?io di allora non c?è, c?è l?io di adesso, tempo reale, con più anni, più pensieri e più capelli bianchi.
Guardo una piccola piscina naturale, esagonale anch?essa, al cui interno un piccolo pesce nuota come in un acquario, aspettando che una mareggiata o l?alta marea vengano a prenderlo e a restituirgli la libertà. Non ho bisogno di guardarmi intorno per sapere che sono solo; è come se sapessi di aver affittato l?intero sito per un incontro molto speciale. Ingresso strettamente riservato.
L?ospite però non scende dal sentiero ma viene su dal mare scalando le ultime vestigia del leggendario ponte di pietra.
Penso: ?Ecco il gigante di Scozia che viene a saldare il conto; dominare il primo round e mettere in fuga l?avversario non gli è bastato ?; ma la statura non è adeguata e invece di ringhiare e urlare sorride.
È giovane, lui si; ha una maglietta dei Cure con le maniche tagliate e dei jeans neri che gli fasciano le lunghe gambe sottili, una camicia legata in vita e una bandana blu stretta sul braccio da cui pendono due penne di gabbiano.
Si siede di fronte a me, mi guarda appena, io faccio altrettanto, poi guardiamo tutti e due il mare.
Qualche minuto di silenzio, io mi accendo una sigaretta, lui fa altrettanto. Lo sguardo sempre al mare.
?Ti ho cercato tanto? dico, così, per cominciare. Mi guarda e tace.
Io guardo piccoli arcobaleni nascere e morire negli sbuffi dell?acqua sulle pietre.
?Volevo parlare con te?. Lui mi sorride ma continua a tacere.
Accendo un?altra sigaretta e lui mi segue a ruota.
Fumiamo e ascoltiamo il rumore del silenzio.
Io penso alle migliaia di domande che mi frullano nella testa cercando di dargli un ordine, penso a tutti i dubbi che ho e che cercano in lui una risposta ma alla fine dico soltanto: ?Perché non mi racconti ?.
Lui mi guarda fisso per qualche secondo; i suoi occhi che prima mi erano sembrati verdi ora che le nuvole si sono aperte rivelando un cielo di un azzurro assoluto ora sono quasi trasparenti.
Il vento si è alzato, il mare si ingrossa e sbatte sempre più rumorosamente contro le rocce innalzando piccole colonne di spuma bianca. Sembra quasi che lo sperone dove siamo seduti si sia staccato dalla costa e stia navigando, circondato dalle onde. È un momento magico.
Lui si fa serio, guarda i suoi piedi per qualche secondo come se stesse cercando la concentrazione, o solo la frase giusta.
Poi rialza lo sguardo su di me, attende un secondo, e comincia.
ONIRIA
I sogni che faccio non li trattengo.
La notte se li tiene e poi li mangia.
Solo ad occhi aperti riesco a immaginare
solo ad occhi aperti posso fantasticare
E allora è la vita che vivo ?
O è il sogno che la vive per me ?
Passato o presente
Realtà o fantasia
Prova a distinguere se puoi, se vuoi
Io vivo bene anche così
Un po? me lo aspettavo in fondo, sapevo che sarebbe successo, e presto. Del resto quasi tre mesi di inattività fra me e Guido erano stati troppi: prima mi scrivi e poi sparisci, prima mi seduci e poi mi abbandoni. Intollerabile.
Ma non poteva durare. E così stamattina quando ho visto una busta anonima (senza neanche il francobollo, recapitata a mano) ho tirato quasi un sospiro di sollievo.
Io non avevo fatto nulla per far evolvere la situazione (se è ti fai vivo tu bello). Avevo da lavorare.
Lui non so, forse era stato in vacanza.
La busta, vergata sempre con quell?aliena calligrafia, conteneva il solito foglio ripiegato accuratamente. Ok , poker !!!
Lo apro e il tono è ancora più fastidioso: ?Ancora non hai finito ??.
Questo è pazzo, penso, e do fuoco alla lettera nel lavello. Mi spia forse ? Mi guarda dalle finestre, mi osserva mentre mangio, mentre dormo, mentre piscio e naturalmente mentre leggo, mentre leggo i suoi fottuti diari. Vuole giocare un po? con me ? Gatto e topo,eh ? Ma io sono una pantegana, romana e pure bastarda e non temo felinità alcuna.
Si faccia sotto se proprio vuole, non mi fa paura, lo aspetto.
Poi decido: passeggiata !
Magari è qui fuori e comincia a pedinarmi di nuovo; giuro che se lo fa lo porto fino in Cina.
E comunque, a meno che non abbia a che fare con un masochista, il cappotto non se lo potrà mettere viste le elevate temperature di questa anomala settembrata romana; dovrà per forza mostrarsi in volto a meno che non voglia indossare una maschera, ma carnevale è lontano; forse degli occhiali da sole; appropriati direi. Beh, vediamo cosa succede.
Ho chiuso ben bene le finestre, ho tirato giù le tapparelle, ho preso i diari, li ho infilati in borsa e sono uscito chiudendo a tripla mandata.
Da Garbatella al centro non è proprio uno scherzo e poi con questo sole, ma mi sono incamminato e non mi è sembrato che qualcuno mi seguisse. Ho fatto l?ostiense, l?aventino, circo massimo, colosseo e colle oppio fino a piazza Vittorio; un?ora e dieci, non male. Mi era venuto in mente che avrei gradito dei falafel e cibo speziato per cena e così ho preso l?occorrente al mercato.
Tanto valeva spingersi a Monti, magari qualche negozietto dell?usato poteva avere una maglietta in attesa solo di essere comprata e indossata da me.
Più camminavo più abbassavo la guardia, ogni passo un tassello in meno; la mia testa oscillava fra pensieri al curry e riflessioni a tempo perso e non mi guardavo più nemmeno intorno.
Ed è stato proprio quando la guardia aveva cominciato ormai a strisciare che un rombo sospetto mi ha sorpreso alle spalle proiettandomi subito l?immagine di una mano, attaccata ad un braccio proteso, avviluppata ad un corpo piegato, che reggeva una testa girata, inguainata in un casco integrale.
Stavo per essere scippato. E in effetti la borsa me l?avrebbe anche presa se non fosse stato per il mio portarla a tracolla: era stato il primo tassello ad essere messo e l?unico a durare.
Il mio corpo ha opposto resistenza, puntando i piedi, e il centauro per poco non si grattuggiava sull?asfalto, ed io ho fatto anche un po? il tifo per quel che ho potuto, ma non so con quale forza è riuscito a tenere dritta la moto che aveva cominciato a sculettare come una sciantosa e si è allontanato a tutto gas.
Anche io ho retto bene all?urto, e sono riuscito a non cadere, ma un po? di strizza me la sono presa. Ho toccato con una mano la borsa: i diari erano ancora al loro posto. Non era stata una mossa tanto leale.
Mi sono guardato intorno, mi dovevo muovere; magari due ruote ci voleva riprovare.
Ero a pochi passi da un bar, da un falegname, da un negozio di tè e dalla Banshee.
Era sicuramente il posto più tranquillo per sparire un po?.
Ho fatto pochi passi e?la porta era chiusa. Luci accese ma porta chiusa.
Ho bussato?ed ho cominciato a sentire?nulla, ho ribussato?un rumore lontano?ho visto il campanello, ho suonato?come di gargarismo slabrato?niente, sentivo il panico salire?un ruggito incombente?ho cominciato a strattonare la porta, mi sono voltato?il canto di un motore sui 100?mi sono girato e ho cominciato ad urlare?che mi vuole stordire e sbranare?e stavo lì lì per arrendermi??? ma la porta si è aperta.
Sono entrato, o dovrei dire sono precipitato, nella galleria proprio mentre il motociclista misterioso mi stava per piombare addosso. Viola ha fatto appena in tempo a scansarsi evitando così di cadere con me. Non dovevo avere un bell?aspetto visto come mi guardava; io ero li, disteso sul freddo pavimento di marmo, sudato, scomposto, impaurito e con il fiatone di un cavallo che ha corso il gran prix.
?Ma cosa avevi da sbraitare tanto ??
Io volevo spiegarle dello scippatore in motoretta ma le parole non erano ancora in grado di uscire così mi sono limitato a guardarla; lei ha allungato una mano per aiutarmi a riguadagnare la posizione eretta.
?Allora ??
Ho farfugliato qualcosa tipo: ?il motociclista?scippare?.inseguito?cappotto nero?diari ?, ma lei non sembrava aver notato il passaggio sfiorante del centauro né il rumore assordante che aveva prodotto.
?Vabbè, accomodati e cerca di calmarti ?.
Mi stava assecondando; non era quello di cui avevo bisogno, non mi serviva essere considerato un pazzo, necessitavo di un?overdose di sicurezza, ma evidentemente non la potevo pretendere. Così mi sono seduto sulla sedia che già mi aveva ospitato ed ho tirato un po? il fiato mentre lei spariva per poi tornare con una bottiglia d’acqua fresca e due bicchieri.
La galleria era spoglia.
?Domani arrivano le opere di questa giovane artista americana che vive e lavora qui a Roma; è una scultrice abbastanza originale. Si inaugura venerdì prossimo. Non devi mancare. I nostri vernissage sono memorabili .?
?Ci sarò ?.
Ha chiuso la porta a chiave, come l?altra volta. ?Come stai ?? mi ha chiesto.
Ho snocciolato più o meno tutto ciò che mi era successo negli ultimi mesi, negli ultimi giorni soprattutto e poi le ho raccontato il sogno che avevo fatto la notte prima, di come mi avesse colpito, di come avessi, al mattino, cercato disperatamente di trattenere le immagini di quel ragazzo, del suo lungo racconto. Le ho detto anche del mio mancato rapporto con il mondo onirico, della mia impossibilità di ricordare le mie fantasie notturne.
Lei ha ascoltato pazientemente poi è scoppiata in una risata isterica. Si è accesa una sigaretta con le mani che le tremavano vistosamente e l?operazione ha richiesto più del necessario. Ha sbuffato fumo bluastro e poi, improvvisamente seria, mi ha detto: ?Ora basta, questa faccenda è andata avanti fin troppo. Ma cosa ti sei messo in testa. Non ti rendi conto di quanto sia pericoloso quello che stai facendo ? Quello che ti stai facendo ? Per non parlare di tutti quelli che coinvolgi in questo tuo stupido curiosare ??
?Ma io?.? Non mi ha lasciato il tempo di replicare, nemmeno un secondo.
?Tu vuoi sapere chi era Guido Donati ??
?Io lo vorrei capire, lo vorrei trovare, lo devo trovare !? ho balbettato.
?Ah, tu lo vuoi trovare. E a cosa ti servirebbe ? lui non potrebbe aiutarti, lui è così lontano, così diverso da te che non potrebbe di certo rispondere alle tue mille domande, non potrebbe nemmeno darti quelle certezze, quelle sicurezze di cui mi sembra tu abbia un disperato bisogno; probabilmente ti troverebbe tremendamente insopportabile, così avvolto come sei in questa stasi del cazzo che ti sta consumando, in questa celebrazione dei dubbi in cui ti stai tanto impegnando. Guido ti riderebbe in faccia, ecco cosa farebbe, starebbe li a guardarti e a ridere di te, dei tuoi folli ragionamenti, dei tuoi stupidi pensieri, della tua debolezza?.
?Ma io??
?Zitto ora, stai zitto. Le persone cambiano, non lo sai ? Le persone crescono e cambiano, trovano nuove vie, nuovi percorsi, nuove avventure o sfide se vuoi, nuovi modi di vedere le cose, nuove esistenze. Non c?è niente di male in tutto questo, assolutamente niente di sbagliato. L?errore è fermarsi, rimanere fermi ad osservare la salita che con fatica si è percorsa; c?è il rischio che giri la testa, può succedere di essere sedotti dalla paura, di lasciarsi ghermire dalle lunghe unghie del nostro passato e cadere lentamente a ritroso annullando tutto il lavoro fatto fin lì, tutti gli sforzi e i successi ottenuti, ripartire dal via. Ma non siamo pedine di un gioco, riesci a capirlo ? Siamo noi che giochiamo, noi che muoviamo i pezzi, noi che tiriamo i dadi e il gioco va avanti, giorno dopo giorno prosegue, chi si ferma rischia di diventare spettatore, relegato su una tribuna a veder giocare gli altri. Riesci a capirlo questo ? ?.
???
Butta via quei diari, non ti appartengono più. Cerca di vivere il presente, il passato è andato, per il futuro c?è tempo. Esisti ! ! ! Solo così potrai sapere chi era Guido Donati e chi é adesso ?.
???
?Perché é questo è il motore di tutto vero, la spinta, la linfa di questa ossessione ??
Sono rimasto senza parole, afono, perso.
L?ho guardata; la sua era un?aria di sfida. Non ha abbassato lo sguardo. Stava aspettando.
Tremila parole confuse e frasi sconnesse si agitavano nella mia testa ma non riuscivano a trovare la strada per la bocca. Per quanto mi sforzassi non riuscivo a fare o a dire nulla.
Lei attendeva, immobile, sicura di se, lo sguardo sempre fisso su di me.
I tre secondi piò lunghi del mondo.
Poi improvvisamente, come una statua di sale liberata da un incantesimo, si è mossa, si è avvicinata e mi ha baciato delicatamente su una guancia.
?Senti ??.
È stato allora che ho riacquistato il controllo delle mie facoltà ma tutto ciò che sono riuscito a fare è stato girarmi, uscire velocemente e mettermi a correre, veloce, sempre più veloce.
Volevo scappare lontano mille miglia, allontanarmi da quel posto, da quel tempo. Eliminare la realtà in quel momento sembrava l?unica cosa da fare, l?unica che avesse un senso.
Il cuore pompava come una motrice, sentivo i battiti accelerati rimbombarmi nel cervello, nelle orecchie, un frastuono assordante di rumori pulsanti che cercavano di coprire quella voce in lontananza, la voce di Viola che urlava: ?Aspetta Guido, aspetta?.?
ANDRO
Se non lo avessi visto con i miei occhi non ci avrei creduto: una persona, sesso-indefinita, con la testa fasciata da una stola da prete viola con appariscenti croci d?oro.
Un androgino sporco in versione catto-samurai entrò e si fece un giro ed io dovetti scegliere fra il sorvegliarlo e una piacevole breve conversazione con la mia compagna, anche lei impegnata in un turno lavorativo pur essendo un giorno di festa.
Optai per telecamera e monitor (non senza rimpianti) e nello squallore del 16 pollici impolverato cominciai ad osservare.
Si muoveva in maniera bizzarra; a prima vista a scatti, un po? come quegli animaletti di latta a molla (il mio pinguino, pensai, sembra proprio il mio pinguino). Ma ad un esame più attento si poteva riscontrare una certa fluidità nei movimenti; era come se ogni passo, ogni gesto, fosse dettato da un morbido ritmo interno, delicato e spezzato al tempo stesso, quella jungle inglese tutta melodia e beats per esempio.
Il viola acceso del sacro paramento, attorno al suo capo a mo di aureola, saturava il video, non riuscivo a staccarne gli occhi.
Pensavo a tutti gli svitati che entrano in questa libreria di giorno e (soprattutto) di notte; gente che con voce cantilenante o supplichevole chiede qualche avanzo di spicci per sfamarsi o per dormire in qualche dormitorio; gente che si sente enormemente sola o persone che vogliono solo cacciare fuori i propri mostri, che da soli non ce la fanno a tenerli.
Ma questa creatura era diversa da tutte le altre, la sua aura, se l?avessi potuta vedere, sarebbe stata nera.
Poi c?è il fatto che la mia mente farcita da letteratura e cinematografia horror non riusciva a cancellare quello strano parallelo fra lei/lui e l?esorcista (per via della stola).
L?osservavo e contemporaneamente immaginavo fiumi di roba verde stile vellutè di piselli che uscivano dalle pareti, voci roche o capovolte e altre simili nefandezze.
Poi l?occhio colse il particolare: un accendino verde, un piccolo bic che veniva stretto dalla sua mano destra in modo davvero particolare; non saprei come descriverlo, l?unica cosa che mi viene in mente è la spada laser dei cavalieri Jedi in guerre stellari.
Lo puntava sui libri come se potesse uscirne una fiammata o un laser appunto.
Andro rimaneva con il braccio teso un paio di secondi, statico, completamente e poi ricominciava a muoversi, cambiava scaffale, osservava rapido, sceglieva la ?vittima ? e ripeteva il suo assurdo gesto.
?Questo è proprio fuori, ma parecchio ? pensai e risi (solo un pochino).
Due giappognappi mi distrassero per un attimo dal mio scrutare il video.
Due cartoline (una per uno ?), inchino di prassi e sorriso di cortesia e sparirono inglobati dal via vai della strada.
Sistemai le monete nei loro scomparti e andai a vedere a che punto stava Andro con il suo raggio laser e, sorpresa, non era più dove lo avevo lasciato, nell?ultima stanza alle prese con il reparto religioni (appropriato visto il turbante).
Sfiorai con le dita i pulsanti per selezionare le telecamere e guardare nelle altre stanze ma niente, da nessuna parte.
Rifeci il giro completo una, due, tre volte; ?Dove cazzo sei finito ?? pensai; non poteva essere uscito, l?avrei visto, nonostante i giappi l?avrei sicuramente visto.
Eppure sembrava svanito, puff, nuvoletta di fumo e tanti saluti.
Un brividino ci stava tutto e mi passeggiò addosso con noncuranza e anche la goccetta di sudore crollò dalla fronte improvvisamente imperlata.
?Ecco è proprio un film dell?orrore ? mi dissi ?ci sono dentro e fra poco tutto inizierà ad andare in malora: le luci si affievoliranno, un vento gelido soffierà attraverso le porte (a maggio, boh ?), rumori sinistri sostituiranno Dulce Pontes nello stereo e qualcosa di molto brutto succederà ?.
E invece, e non so se sia meglio, una camicia hawaiana taglia XXXXL contenente sua maestà l?obesità americana caracollò dentro con tre calendari, dodici cartoline e un sorriso da beota, ansimando.
?Hot ?? disse indicando la mia sudarella.
Non risposi e pensai: che idiota, che camicia idiota, che sorriso idiota.
Ciccio pagò e ricaracollò fuori; ero di nuovo solo.
Forse Andro era uscito strisciando o, che diavolo ne so, camminando carponi ed io non lo avevo visto.
Decisi di fare un?altra partita di caccia all?alieno con le telecamere; lo sguardo fisso sul monitor, la mano sulla pulsantiera, la puls?non funziona più dannazione; girai lo sguardo un istante, un istante solo, in basso a destra e, con una certa consapevolezza mi rigirai e Andro era lì, di fronte a me, l?accendino puntato su di me.
Un piccolo movimento, un fremito sottile del suo corpo, un breve incrocio fra il suo sguardo vuoto nero e gelido e il mio e poi il nulla. Andro girò i tacchi e sparì.
Rimasi fermo e poi ancora più fermo.
?Non riesco a muovermi, cazzo, non riesco a muovermi ? .
E invece si.
Scemo che sono, ecco che muovo il braccio, che apro la mano e la appoggio, ecco che mi alzo, ecco che sbatto le palpebre, ecco che alzo un piede e che inciampo (ma non cado).
?Vivo, sono vivo ? .
In un secondo la tensione che si era creata scemò vertiginosamente.
Andro era uscito.
Andro non era più qui.
Mi precipitai fuori dalla porta e lo vidi, lì,fra il marciapiede e il bordo della strada, camminava con quel passo scatto fluido, in leggero controluce sul sole del primo tramonto.
Non si voltò, come se io non fossi mai esistito; io invece lo guardai ancora un poco, fino a che la retina non si arrese.
Tornai dentro.
Andro mi tenne stretto a se con forza ma poi fu sopraffatto da orde di clienti iperesigenti e turisti impazziti.
Sono solo nel salottino di casa mia.
I diari, chiusi, letti, finiti, sul tavolino accanto alla poltrona.
Sulla poltrona io che fumo l?ennesima sigaretta.
?Perché é questo è il motore di tutto? ??
Quella domanda continua a rimbalzarmi nella testa come la pallina di un flipper.
Mi sono perso? Mi sono ritrovato? Non lo so. Non ancora almeno.
Mi ricordo che da piccolo passai un?estate intera a crescere. Mi si allungavano le ossa, lentamente ma inesorabilmente. Il clou fu alla fine di luglio, sulle dolomiti come ogni anno. Mia madre mi sfregava l?olio canforato sugli stinchi, per lenire il dolore. Tornai ed ero più alto, un bel po? più alto.
La gente, chi mi conosceva mi guardava in modo diverso o semplicemente mi vedeva diverso. L?ho vissuta in maniera strana questa cosa, l?accelerazione improvvisa; ondeggiavo fra gioia, paura e incomprensione.
Ecco, mi sento un po? come allora. Cresco, dolorosamente spaesato.
Sto cambiando.
Sto cambiando lavoro. (L?editoria aveva fatto il suo tempo.)
Sto cambiando vita. (Si può, volendo.)
Sto cambiando abitudini. (Non si possono fare sempre le stesse cose.)
Sto cambiando amicizie. (Pochi ma buoni.)
Sto cambiando atteggiamento. (Per l?impossibile vedremo.)
Sto cambiando mentalità. (Cerchiamo di aprirci un po?.)
Sto cambiando orizzonti. (E se avessi anche il binocolo !)
Sto cambiando e basta.
Ma ho avuto paura prima, anche solo di cominciare, così tanta che quando è successo sono scappato; ho cercato nel passato, ho cercato di riattivare tutti i ricordi, anche quelli più scarichi; servivano tutti, dovevano diventare la mia casa, la mia stanza e il mio letto, tenermi al sicuro. Sarebbe passato presto. In quel periodo di resistenza armata ho letto, visto e sentito cose che ho alzato davanti a me come barricate, a sbarrare la strada al nemico. Ho aspettato in allerta ma col passare del tempo ho messo in dubbio le loro intenzioni e lentamente ho compreso l?inganno: ero io quello che non poteva uscire, nessuno voleva venirmi a stanare ma qualcosa mi chiamava, una voce dolce e sensuale chiamava il mio nome ed io non potevo muovermi.
Ho cominciato a demolire e mentre demolivo catalogavo, perché tutte le esperienze, tutti i tasselli di me stesso fossero pronti all?uso. Hanno fatto la loro parte, poi, nello scontro dentro me.
E ora sto cambiando. Essere schiavi del passato non porta a niente.
Ho letto questo ultimo racconto, sul terzo dei miei vecchi diari. È incompleto. Cioè, l?outsider se ne va e tutto come prima ? Non può funzionare, non ora, non nell?ottica attuale.
Ho pensato ad un finale più appropriato, una svolta diversa; é tempo di cambiamenti del resto.
Viola aveva ragione, spesso ce l?ha; le persone si trasformano ed evolvono, trovano nuovi ed inaspettati modi di essere, si ritrovano a dire e fare cose un tempo inimmaginabili.
Io ho affrontato il mio vecchio io e l?ho domato.
Sto cambiando.
Ormai sono partito.
Spero di non fermarmi più.
DAL NUOVO DIARIO DI GUIDO DONATI
Sono nel centro della piazza, vicino ai ruderi.
Ho rinunciato a capire cosa accade da quando l?altro ieri follia ed euforia hanno cominciato a ballare dentro di me.
Sono partite dai lenti anni ?50 tipo ?Destiny? e passando per dub downtempo e hip hop sono arrivate alla techno, quella pesante.
C?è una specie di rave nel mio cervello.
Ho passeggiato a lungo in quella via dietro al negozio dove pullulano i negozi della cosiddetta arte sacra; ho osservato con inusuale interesse vetrine che fino ad ora avevo sempre trascurato; ho studiato attentamente abiti e oggettistica da cerimonia, statue ed immagini dei più disparati santi. Allungavo la via del ritorno solo per affacciarmi su quel mondo tutto oro, apparenza e zero spiritualità.
Non sono andato al lavoro ieri, non ho nemmeno avvisato; il greco sarà furente, aspettava il cambio.
Non penso che vorrò andarci ancora, mi sembra così inutile, un furto del mio tempo.
La mia compagna mi ha cercato; io no.
E non mi troverà; il mio portatile fa il sub in un?ansa del fiume e la mia casa?la mia casa non so più dov?è, e non mi interessa neanche poi tanto.
Il ritmo nel mio cervello è aumentato ancora; quanti bpm può reggere la folla di un rave ?
Non ho più soldi, non ho più bancomat, non ho più documenti.
Non ho più vestiti, solo questo.
Non ho più nome, non ho più età.
Ho trovato un accendino poco fa, un bel Bic verde; ce l?ho in tasca.
Ed ora ho anche una splendida stola in mano, una stola viola con delle fantastiche croci d?oro.
Potrei legarmela in testa ?
APPENDICE
ALTRE STORIE
Altri momenti
Di altri tempi
Altre libertà
Sotto altri venti
Altre persone
In altri legami
Altri rischi
Con altre volontà
Altri mondi
Per altre cognizioni
Altre storie
Ed altre canzonette in sottofondo