Gira testa 360°

17 Aprile 2007 1 commento


Ecco i consigli musicali della settimana.
1) Soulsavers “It’s not how far you fall, it’s the way you land” Mark Lanegan e amici che strappano l’anima con 10 ballatone tutte Hammond, chitarre malinconiche e melodie blu, blu, blu (se sapete cosa significa). Sarà il mio stato umorale ma mi fa andar fuori di mente.

2) Blonde Redhead “23″ Loro non si smentiscono mai, italians and a Japanese in New York.
Grazie, grazie, grazie e continuate così.

3) Lisa Gerrard “The silver Tree” Che dire, ho amato i Dead can Dance al limite della morbosità, ho apprezzato i suoi primi lavori solisti ma ora ha veramente “sforato”. Comprato solo per affetto verrà riposto insieme agli altri nel limbo degli “ascolti rari”.

E ora dua parole sugli u.s.a. “Se non la smettete di vendere armi a chiunque (se non la smettete di vendere armi e basta) vi autodistruggerete. La domanda è una sola: chi vi rimpiangerà ? Pensateci.

Hasta siempre

In vino veritas

15 Aprile 2007 1 commento


A volte basta veramente poco per aprire le finestre della memoria, dei ricordi. Basta uscire una domenica mattina per andare a fare un po’ di spesa (tanto il super è aperto fino alle 13), girovagare fra gli scaffali, comprare una bistecchina per poi ritrovarsi spaesati e confusi davanti al settore vini dove fa bella mostra di se il Fiammato, un vino rosso siciliano da bere freddo accompagnandolo al pesce (e così sfatiamo certi miti obsoleti).
Torna tutto, in un nanosecondo: Ustica, Palermo, un viaggio bellissimo, un amore sincero, tu che fai il coniglio davanti al mio obbiettivo. In qualche modo è lì che vorrei tornare se avessi una fottuta macchina del tempo ma non ce l’ho, ho solo i ricordi.
Ho anche due tranci di tonno in freezer, da fare alla siciliana, con tanto pepe nero, proprio come ti piaceva e ora ho due bottiglie di Fiammato.
una me la gioco stasera.
Una piacevole domenica a tutti.

L’introvabile capitolo 7 (che poi è l’ultimo)

27 Marzo 2007 Nessun commento


Dopo due mesi di duro lavoro, in una delle estati più calde che Roma ricordi da tempo, finalmente ho consegnato le chiavi dei tre appartamentini al proprietario: ciò che era uno ora è trino.
Devo dire che, al di la dei buoni soldi guadagnati, questo lavoro mi ha gratificato professionalmente ed emotivamente.
Il proprietario dell?immobile è una persona facoltosa e non ha badato a spese; materiali di prima e massima disponibilità. Questo ha permesso a me e agli altri di lavorare in tutta tranquillità, cosa rara nel nostro lavoro assediati come siamo da committenti che probabilmente vorrebbero essere al nostro posto visto l?accanimento con cui seguono i lavori e i consigli che dispensano, neanche fossero degli esperti. Io capisco il voler controllare che il lavoro che paghi venga svolto in maniera corretta, ma quando trovi, mettiamo, uno stimato avvocato intento a rimestarti lui il tuo barattolo di vernice o il tuo secchio con lo stucco ti saltano i nervi o pensi ?un avvocato infelice, un muratore mancato ? .
Non è stato questo il caso e per festeggiare la fine del lavoro abbiamo deciso con i ragazzi di andare a far bisboccia fuori porta.
Il ristorante, se così si può chiamare, si trovava appena fuori da Rocca di papa e lo ha scelto Alessandro, un ragazzo con cui lavoro spesso e che abita proprio da quelle parti. Arrivarci è stata un?impresa; dopo aver percorso un dedalo di viottoli fra villini e terreni coltivati ci siamo trovati davanti a un cancello sormontato da un cartello appena visibile con su scritto in rozze pennellate ?Rino ? . Era questo l?unico segnale che ne rivelava la presenza, l?esistenza, per il resto sembrava di entrare in casa di qualcuno (di Rino probabilmente).
La sala, di proporzioni modeste, ospitava una quindicina di tavoli ed un arredamento minimal-inesistente; le pareti, che esternamente apparivano come lamiere degne di una baraccopoli, all?interno erano rivestite da una carta da parati il cui stato di ingiallimento ne connotava l?età avanzata ma non ancora cadente. La cucina era esterna, e l?anziana cameriera, con il viso segnato da mille e più rughe, faceva la spola fra i due edifici.
Si è cenato a prezzo fisso (15 ?) con tre portate di primi e una gigantesca fiamminga di carne mista alla brace con tanto di patate al forno e insalatina; vino rosso d?accompagno in quantità illimitata e in chiusura caffè e ammazzacaffè.
Lo stato in cui versavamo alla fine era di ebbra euforia non molesta ma leggermente sguaiata, ma del resto a parte noi dieci nessun altro occupava quei pochi tavoli.
Uscire nuovamente sulla strada maestra si rivelò più difficile del previsto visto che Alessandro, la nostra guida, l?unico a sapere esattamente dove eravamo, era impegnato in una accesa discussione con se stesso su chi siamo, dove andiamo e quando torniamo.
Dopo lunghe peregrinazioni e vari giri turistici dei castelli romani (sono quasi sicuro di aver letto almeno due volte il cartello ?Benvenuti a Marino ?) sono riuscito a guadagnare la porta di casa; erano le quattro di notte. Regnava un silenzio irreale, tutti gli abitanti del circondario dormivano il sonno del giusto; mi sono tolto, non senza difficoltà visto il mio barcollare, le scarpe ed i vestiti, impregnati di odori di cibarie e mi sono disteso sul letto ma non sono crollato subito. Ho pensato ai diari di Guido e alle poche pagine rimaste inviolate, alla lettera che avevo ricevuto, a come la mia vita si trovasse in una strana specie di limbo fra follia e lucidità, fra serenità e agitazione.
Ho finito la mezza canna che i ragazzi mi avevano lasciato e sono sprofondato dolcemente.
Ho fatto un sogno, io che i sogni non me li ricordo mai. Questa volta mi sono svegliato e l?ho tenuto stretto, l?ho rivissuto in fretta per non perderne nemmeno un brandello.
Sono seduto sulle pietre esagonali della Giant?s Causeway, una scogliera in Irlanda del nord, a poche miglia da Portrush; un posto fiabesco, legato ad una leggenda, quella del gigante irlandese che voleva andare fino in Scozia per risolvere cruentemente una questione in sospeso con un gigante di quelle parti.
Costruì un ponte e lo attraversò; ma lo scozzese era più tosto di lui e gliele suonò di santa ragione tanto da indurlo a scappare demolendo dietro di se il ponte, che tanto arrogantemente aveva costruito, per paura di essere inseguito.
La dove i resti del ponte sposano il mare ci sono io.
Non sono l?io che in quello stesso luogo si era seduto realmente tanti anni prima, giovane e spensierato, con i folti capelli che giocavano con il vento e con gli spruzzi di acqua salmastra, in una vacanza indimenticabile.
Allora il gigante l?avevo visto, c?era davvero, me lo aveva mostrato un allegro vecchietto che mi aveva caricato mentre facevo l?autostop: mentre andava spedito sulla litoranea, raccontandomi in un biascicato inglese la leggenda del luogo, aveva improvvisamente sterzato dirigendo la macchina verso una piazzola a strapiombo sulla scogliera dove, con tanto di sgommata sul brecciolino, si era fermato dicendomi di scendere. Con il cuore in gola per lo spavento (eravamo ad un metro scarso dal bordo, affacciati sul baratro) scesi e lui mi disse di guardare e silenziosamente indicò con il suo scheletrico dito la roccia a picco sul mare poco più avanti. Il mio stupore fu così forte che fece quasi un rumore, ma forse fu solo il vento che spazzava l?aria con forza: lì, scolpito nella scogliera, c?era il viso di un uomo, enorme, si vedeva distintamente, ho ancora una foto da qualche parte. Guardava veramente a nordest, verso la Scozia. Si era nascosto, a controllare spaventato, pietrificato. In tutti i sensi.
Ma nel sogno l?io di allora non c?è, c?è l?io di adesso, tempo reale, con più anni, più pensieri e più capelli bianchi.
Guardo una piccola piscina naturale, esagonale anch?essa, al cui interno un piccolo pesce nuota come in un acquario, aspettando che una mareggiata o l?alta marea vengano a prenderlo e a restituirgli la libertà. Non ho bisogno di guardarmi intorno per sapere che sono solo; è come se sapessi di aver affittato l?intero sito per un incontro molto speciale. Ingresso strettamente riservato.
L?ospite però non scende dal sentiero ma viene su dal mare scalando le ultime vestigia del leggendario ponte di pietra.
Penso: ?Ecco il gigante di Scozia che viene a saldare il conto; dominare il primo round e mettere in fuga l?avversario non gli è bastato ?; ma la statura non è adeguata e invece di ringhiare e urlare sorride.
È giovane, lui si; ha una maglietta dei Cure con le maniche tagliate e dei jeans neri che gli fasciano le lunghe gambe sottili, una camicia legata in vita e una bandana blu stretta sul braccio da cui pendono due penne di gabbiano.
Si siede di fronte a me, mi guarda appena, io faccio altrettanto, poi guardiamo tutti e due il mare.
Qualche minuto di silenzio, io mi accendo una sigaretta, lui fa altrettanto. Lo sguardo sempre al mare.
?Ti ho cercato tanto? dico, così, per cominciare. Mi guarda e tace.
Io guardo piccoli arcobaleni nascere e morire negli sbuffi dell?acqua sulle pietre.
?Volevo parlare con te?. Lui mi sorride ma continua a tacere.
Accendo un?altra sigaretta e lui mi segue a ruota.
Fumiamo e ascoltiamo il rumore del silenzio.
Io penso alle migliaia di domande che mi frullano nella testa cercando di dargli un ordine, penso a tutti i dubbi che ho e che cercano in lui una risposta ma alla fine dico soltanto: ?Perché non mi racconti ?.
Lui mi guarda fisso per qualche secondo; i suoi occhi che prima mi erano sembrati verdi ora che le nuvole si sono aperte rivelando un cielo di un azzurro assoluto ora sono quasi trasparenti.
Il vento si è alzato, il mare si ingrossa e sbatte sempre più rumorosamente contro le rocce innalzando piccole colonne di spuma bianca. Sembra quasi che lo sperone dove siamo seduti si sia staccato dalla costa e stia navigando, circondato dalle onde. È un momento magico.
Lui si fa serio, guarda i suoi piedi per qualche secondo come se stesse cercando la concentrazione, o solo la frase giusta.
Poi rialza lo sguardo su di me, attende un secondo, e comincia.

ONIRIA

I sogni che faccio non li trattengo.

La notte se li tiene e poi li mangia.

Solo ad occhi aperti riesco a immaginare
solo ad occhi aperti posso fantasticare

E allora è la vita che vivo ?
O è il sogno che la vive per me ?

Passato o presente
Realtà o fantasia

Prova a distinguere se puoi, se vuoi
Io vivo bene anche così

Un po? me lo aspettavo in fondo, sapevo che sarebbe successo, e presto. Del resto quasi tre mesi di inattività fra me e Guido erano stati troppi: prima mi scrivi e poi sparisci, prima mi seduci e poi mi abbandoni. Intollerabile.
Ma non poteva durare. E così stamattina quando ho visto una busta anonima (senza neanche il francobollo, recapitata a mano) ho tirato quasi un sospiro di sollievo.
Io non avevo fatto nulla per far evolvere la situazione (se è ti fai vivo tu bello). Avevo da lavorare.
Lui non so, forse era stato in vacanza.
La busta, vergata sempre con quell?aliena calligrafia, conteneva il solito foglio ripiegato accuratamente. Ok , poker !!!
Lo apro e il tono è ancora più fastidioso: ?Ancora non hai finito ??.
Questo è pazzo, penso, e do fuoco alla lettera nel lavello. Mi spia forse ? Mi guarda dalle finestre, mi osserva mentre mangio, mentre dormo, mentre piscio e naturalmente mentre leggo, mentre leggo i suoi fottuti diari. Vuole giocare un po? con me ? Gatto e topo,eh ? Ma io sono una pantegana, romana e pure bastarda e non temo felinità alcuna.
Si faccia sotto se proprio vuole, non mi fa paura, lo aspetto.
Poi decido: passeggiata !
Magari è qui fuori e comincia a pedinarmi di nuovo; giuro che se lo fa lo porto fino in Cina.
E comunque, a meno che non abbia a che fare con un masochista, il cappotto non se lo potrà mettere viste le elevate temperature di questa anomala settembrata romana; dovrà per forza mostrarsi in volto a meno che non voglia indossare una maschera, ma carnevale è lontano; forse degli occhiali da sole; appropriati direi. Beh, vediamo cosa succede.
Ho chiuso ben bene le finestre, ho tirato giù le tapparelle, ho preso i diari, li ho infilati in borsa e sono uscito chiudendo a tripla mandata.
Da Garbatella al centro non è proprio uno scherzo e poi con questo sole, ma mi sono incamminato e non mi è sembrato che qualcuno mi seguisse. Ho fatto l?ostiense, l?aventino, circo massimo, colosseo e colle oppio fino a piazza Vittorio; un?ora e dieci, non male. Mi era venuto in mente che avrei gradito dei falafel e cibo speziato per cena e così ho preso l?occorrente al mercato.
Tanto valeva spingersi a Monti, magari qualche negozietto dell?usato poteva avere una maglietta in attesa solo di essere comprata e indossata da me.
Più camminavo più abbassavo la guardia, ogni passo un tassello in meno; la mia testa oscillava fra pensieri al curry e riflessioni a tempo perso e non mi guardavo più nemmeno intorno.
Ed è stato proprio quando la guardia aveva cominciato ormai a strisciare che un rombo sospetto mi ha sorpreso alle spalle proiettandomi subito l?immagine di una mano, attaccata ad un braccio proteso, avviluppata ad un corpo piegato, che reggeva una testa girata, inguainata in un casco integrale.
Stavo per essere scippato. E in effetti la borsa me l?avrebbe anche presa se non fosse stato per il mio portarla a tracolla: era stato il primo tassello ad essere messo e l?unico a durare.
Il mio corpo ha opposto resistenza, puntando i piedi, e il centauro per poco non si grattuggiava sull?asfalto, ed io ho fatto anche un po? il tifo per quel che ho potuto, ma non so con quale forza è riuscito a tenere dritta la moto che aveva cominciato a sculettare come una sciantosa e si è allontanato a tutto gas.
Anche io ho retto bene all?urto, e sono riuscito a non cadere, ma un po? di strizza me la sono presa. Ho toccato con una mano la borsa: i diari erano ancora al loro posto. Non era stata una mossa tanto leale.
Mi sono guardato intorno, mi dovevo muovere; magari due ruote ci voleva riprovare.
Ero a pochi passi da un bar, da un falegname, da un negozio di tè e dalla Banshee.
Era sicuramente il posto più tranquillo per sparire un po?.
Ho fatto pochi passi e?la porta era chiusa. Luci accese ma porta chiusa.
Ho bussato?ed ho cominciato a sentire?nulla, ho ribussato?un rumore lontano?ho visto il campanello, ho suonato?come di gargarismo slabrato?niente, sentivo il panico salire?un ruggito incombente?ho cominciato a strattonare la porta, mi sono voltato?il canto di un motore sui 100?mi sono girato e ho cominciato ad urlare?che mi vuole stordire e sbranare?e stavo lì lì per arrendermi??? ma la porta si è aperta.
Sono entrato, o dovrei dire sono precipitato, nella galleria proprio mentre il motociclista misterioso mi stava per piombare addosso. Viola ha fatto appena in tempo a scansarsi evitando così di cadere con me. Non dovevo avere un bell?aspetto visto come mi guardava; io ero li, disteso sul freddo pavimento di marmo, sudato, scomposto, impaurito e con il fiatone di un cavallo che ha corso il gran prix.
?Ma cosa avevi da sbraitare tanto ??
Io volevo spiegarle dello scippatore in motoretta ma le parole non erano ancora in grado di uscire così mi sono limitato a guardarla; lei ha allungato una mano per aiutarmi a riguadagnare la posizione eretta.
?Allora ??
Ho farfugliato qualcosa tipo: ?il motociclista?scippare?.inseguito?cappotto nero?diari ?, ma lei non sembrava aver notato il passaggio sfiorante del centauro né il rumore assordante che aveva prodotto.
?Vabbè, accomodati e cerca di calmarti ?.
Mi stava assecondando; non era quello di cui avevo bisogno, non mi serviva essere considerato un pazzo, necessitavo di un?overdose di sicurezza, ma evidentemente non la potevo pretendere. Così mi sono seduto sulla sedia che già mi aveva ospitato ed ho tirato un po? il fiato mentre lei spariva per poi tornare con una bottiglia d’acqua fresca e due bicchieri.
La galleria era spoglia.
?Domani arrivano le opere di questa giovane artista americana che vive e lavora qui a Roma; è una scultrice abbastanza originale. Si inaugura venerdì prossimo. Non devi mancare. I nostri vernissage sono memorabili .?
?Ci sarò ?.
Ha chiuso la porta a chiave, come l?altra volta. ?Come stai ?? mi ha chiesto.
Ho snocciolato più o meno tutto ciò che mi era successo negli ultimi mesi, negli ultimi giorni soprattutto e poi le ho raccontato il sogno che avevo fatto la notte prima, di come mi avesse colpito, di come avessi, al mattino, cercato disperatamente di trattenere le immagini di quel ragazzo, del suo lungo racconto. Le ho detto anche del mio mancato rapporto con il mondo onirico, della mia impossibilità di ricordare le mie fantasie notturne.
Lei ha ascoltato pazientemente poi è scoppiata in una risata isterica. Si è accesa una sigaretta con le mani che le tremavano vistosamente e l?operazione ha richiesto più del necessario. Ha sbuffato fumo bluastro e poi, improvvisamente seria, mi ha detto: ?Ora basta, questa faccenda è andata avanti fin troppo. Ma cosa ti sei messo in testa. Non ti rendi conto di quanto sia pericoloso quello che stai facendo ? Quello che ti stai facendo ? Per non parlare di tutti quelli che coinvolgi in questo tuo stupido curiosare ??
?Ma io?.? Non mi ha lasciato il tempo di replicare, nemmeno un secondo.
?Tu vuoi sapere chi era Guido Donati ??
?Io lo vorrei capire, lo vorrei trovare, lo devo trovare !? ho balbettato.
?Ah, tu lo vuoi trovare. E a cosa ti servirebbe ? lui non potrebbe aiutarti, lui è così lontano, così diverso da te che non potrebbe di certo rispondere alle tue mille domande, non potrebbe nemmeno darti quelle certezze, quelle sicurezze di cui mi sembra tu abbia un disperato bisogno; probabilmente ti troverebbe tremendamente insopportabile, così avvolto come sei in questa stasi del cazzo che ti sta consumando, in questa celebrazione dei dubbi in cui ti stai tanto impegnando. Guido ti riderebbe in faccia, ecco cosa farebbe, starebbe li a guardarti e a ridere di te, dei tuoi folli ragionamenti, dei tuoi stupidi pensieri, della tua debolezza?.
?Ma io??
?Zitto ora, stai zitto. Le persone cambiano, non lo sai ? Le persone crescono e cambiano, trovano nuove vie, nuovi percorsi, nuove avventure o sfide se vuoi, nuovi modi di vedere le cose, nuove esistenze. Non c?è niente di male in tutto questo, assolutamente niente di sbagliato. L?errore è fermarsi, rimanere fermi ad osservare la salita che con fatica si è percorsa; c?è il rischio che giri la testa, può succedere di essere sedotti dalla paura, di lasciarsi ghermire dalle lunghe unghie del nostro passato e cadere lentamente a ritroso annullando tutto il lavoro fatto fin lì, tutti gli sforzi e i successi ottenuti, ripartire dal via. Ma non siamo pedine di un gioco, riesci a capirlo ? Siamo noi che giochiamo, noi che muoviamo i pezzi, noi che tiriamo i dadi e il gioco va avanti, giorno dopo giorno prosegue, chi si ferma rischia di diventare spettatore, relegato su una tribuna a veder giocare gli altri. Riesci a capirlo questo ? ?.
???
Butta via quei diari, non ti appartengono più. Cerca di vivere il presente, il passato è andato, per il futuro c?è tempo. Esisti ! ! ! Solo così potrai sapere chi era Guido Donati e chi é adesso ?.
???
?Perché é questo è il motore di tutto vero, la spinta, la linfa di questa ossessione ??

Sono rimasto senza parole, afono, perso.
L?ho guardata; la sua era un?aria di sfida. Non ha abbassato lo sguardo. Stava aspettando.
Tremila parole confuse e frasi sconnesse si agitavano nella mia testa ma non riuscivano a trovare la strada per la bocca. Per quanto mi sforzassi non riuscivo a fare o a dire nulla.
Lei attendeva, immobile, sicura di se, lo sguardo sempre fisso su di me.
I tre secondi piò lunghi del mondo.
Poi improvvisamente, come una statua di sale liberata da un incantesimo, si è mossa, si è avvicinata e mi ha baciato delicatamente su una guancia.
?Senti ??.
È stato allora che ho riacquistato il controllo delle mie facoltà ma tutto ciò che sono riuscito a fare è stato girarmi, uscire velocemente e mettermi a correre, veloce, sempre più veloce.
Volevo scappare lontano mille miglia, allontanarmi da quel posto, da quel tempo. Eliminare la realtà in quel momento sembrava l?unica cosa da fare, l?unica che avesse un senso.
Il cuore pompava come una motrice, sentivo i battiti accelerati rimbombarmi nel cervello, nelle orecchie, un frastuono assordante di rumori pulsanti che cercavano di coprire quella voce in lontananza, la voce di Viola che urlava: ?Aspetta Guido, aspetta?.?

ANDRO

Se non lo avessi visto con i miei occhi non ci avrei creduto: una persona, sesso-indefinita, con la testa fasciata da una stola da prete viola con appariscenti croci d?oro.
Un androgino sporco in versione catto-samurai entrò e si fece un giro ed io dovetti scegliere fra il sorvegliarlo e una piacevole breve conversazione con la mia compagna, anche lei impegnata in un turno lavorativo pur essendo un giorno di festa.
Optai per telecamera e monitor (non senza rimpianti) e nello squallore del 16 pollici impolverato cominciai ad osservare.
Si muoveva in maniera bizzarra; a prima vista a scatti, un po? come quegli animaletti di latta a molla (il mio pinguino, pensai, sembra proprio il mio pinguino). Ma ad un esame più attento si poteva riscontrare una certa fluidità nei movimenti; era come se ogni passo, ogni gesto, fosse dettato da un morbido ritmo interno, delicato e spezzato al tempo stesso, quella jungle inglese tutta melodia e beats per esempio.
Il viola acceso del sacro paramento, attorno al suo capo a mo di aureola, saturava il video, non riuscivo a staccarne gli occhi.
Pensavo a tutti gli svitati che entrano in questa libreria di giorno e (soprattutto) di notte; gente che con voce cantilenante o supplichevole chiede qualche avanzo di spicci per sfamarsi o per dormire in qualche dormitorio; gente che si sente enormemente sola o persone che vogliono solo cacciare fuori i propri mostri, che da soli non ce la fanno a tenerli.
Ma questa creatura era diversa da tutte le altre, la sua aura, se l?avessi potuta vedere, sarebbe stata nera.
Poi c?è il fatto che la mia mente farcita da letteratura e cinematografia horror non riusciva a cancellare quello strano parallelo fra lei/lui e l?esorcista (per via della stola).
L?osservavo e contemporaneamente immaginavo fiumi di roba verde stile vellutè di piselli che uscivano dalle pareti, voci roche o capovolte e altre simili nefandezze.
Poi l?occhio colse il particolare: un accendino verde, un piccolo bic che veniva stretto dalla sua mano destra in modo davvero particolare; non saprei come descriverlo, l?unica cosa che mi viene in mente è la spada laser dei cavalieri Jedi in guerre stellari.
Lo puntava sui libri come se potesse uscirne una fiammata o un laser appunto.
Andro rimaneva con il braccio teso un paio di secondi, statico, completamente e poi ricominciava a muoversi, cambiava scaffale, osservava rapido, sceglieva la ?vittima ? e ripeteva il suo assurdo gesto.
?Questo è proprio fuori, ma parecchio ? pensai e risi (solo un pochino).
Due giappognappi mi distrassero per un attimo dal mio scrutare il video.
Due cartoline (una per uno ?), inchino di prassi e sorriso di cortesia e sparirono inglobati dal via vai della strada.
Sistemai le monete nei loro scomparti e andai a vedere a che punto stava Andro con il suo raggio laser e, sorpresa, non era più dove lo avevo lasciato, nell?ultima stanza alle prese con il reparto religioni (appropriato visto il turbante).
Sfiorai con le dita i pulsanti per selezionare le telecamere e guardare nelle altre stanze ma niente, da nessuna parte.
Rifeci il giro completo una, due, tre volte; ?Dove cazzo sei finito ?? pensai; non poteva essere uscito, l?avrei visto, nonostante i giappi l?avrei sicuramente visto.
Eppure sembrava svanito, puff, nuvoletta di fumo e tanti saluti.
Un brividino ci stava tutto e mi passeggiò addosso con noncuranza e anche la goccetta di sudore crollò dalla fronte improvvisamente imperlata.
?Ecco è proprio un film dell?orrore ? mi dissi ?ci sono dentro e fra poco tutto inizierà ad andare in malora: le luci si affievoliranno, un vento gelido soffierà attraverso le porte (a maggio, boh ?), rumori sinistri sostituiranno Dulce Pontes nello stereo e qualcosa di molto brutto succederà ?.
E invece, e non so se sia meglio, una camicia hawaiana taglia XXXXL contenente sua maestà l?obesità americana caracollò dentro con tre calendari, dodici cartoline e un sorriso da beota, ansimando.
?Hot ?? disse indicando la mia sudarella.
Non risposi e pensai: che idiota, che camicia idiota, che sorriso idiota.
Ciccio pagò e ricaracollò fuori; ero di nuovo solo.
Forse Andro era uscito strisciando o, che diavolo ne so, camminando carponi ed io non lo avevo visto.
Decisi di fare un?altra partita di caccia all?alieno con le telecamere; lo sguardo fisso sul monitor, la mano sulla pulsantiera, la puls?non funziona più dannazione; girai lo sguardo un istante, un istante solo, in basso a destra e, con una certa consapevolezza mi rigirai e Andro era lì, di fronte a me, l?accendino puntato su di me.
Un piccolo movimento, un fremito sottile del suo corpo, un breve incrocio fra il suo sguardo vuoto nero e gelido e il mio e poi il nulla. Andro girò i tacchi e sparì.
Rimasi fermo e poi ancora più fermo.
?Non riesco a muovermi, cazzo, non riesco a muovermi ? .
E invece si.
Scemo che sono, ecco che muovo il braccio, che apro la mano e la appoggio, ecco che mi alzo, ecco che sbatto le palpebre, ecco che alzo un piede e che inciampo (ma non cado).
?Vivo, sono vivo ? .
In un secondo la tensione che si era creata scemò vertiginosamente.
Andro era uscito.
Andro non era più qui.
Mi precipitai fuori dalla porta e lo vidi, lì,fra il marciapiede e il bordo della strada, camminava con quel passo scatto fluido, in leggero controluce sul sole del primo tramonto.
Non si voltò, come se io non fossi mai esistito; io invece lo guardai ancora un poco, fino a che la retina non si arrese.
Tornai dentro.
Andro mi tenne stretto a se con forza ma poi fu sopraffatto da orde di clienti iperesigenti e turisti impazziti.

Sono solo nel salottino di casa mia.
I diari, chiusi, letti, finiti, sul tavolino accanto alla poltrona.
Sulla poltrona io che fumo l?ennesima sigaretta.
?Perché é questo è il motore di tutto? ??
Quella domanda continua a rimbalzarmi nella testa come la pallina di un flipper.
Mi sono perso? Mi sono ritrovato? Non lo so. Non ancora almeno.

Mi ricordo che da piccolo passai un?estate intera a crescere. Mi si allungavano le ossa, lentamente ma inesorabilmente. Il clou fu alla fine di luglio, sulle dolomiti come ogni anno. Mia madre mi sfregava l?olio canforato sugli stinchi, per lenire il dolore. Tornai ed ero più alto, un bel po? più alto.
La gente, chi mi conosceva mi guardava in modo diverso o semplicemente mi vedeva diverso. L?ho vissuta in maniera strana questa cosa, l?accelerazione improvvisa; ondeggiavo fra gioia, paura e incomprensione.
Ecco, mi sento un po? come allora. Cresco, dolorosamente spaesato.
Sto cambiando.
Sto cambiando lavoro. (L?editoria aveva fatto il suo tempo.)
Sto cambiando vita. (Si può, volendo.)
Sto cambiando abitudini. (Non si possono fare sempre le stesse cose.)
Sto cambiando amicizie. (Pochi ma buoni.)
Sto cambiando atteggiamento. (Per l?impossibile vedremo.)
Sto cambiando mentalità. (Cerchiamo di aprirci un po?.)
Sto cambiando orizzonti. (E se avessi anche il binocolo !)
Sto cambiando e basta.
Ma ho avuto paura prima, anche solo di cominciare, così tanta che quando è successo sono scappato; ho cercato nel passato, ho cercato di riattivare tutti i ricordi, anche quelli più scarichi; servivano tutti, dovevano diventare la mia casa, la mia stanza e il mio letto, tenermi al sicuro. Sarebbe passato presto. In quel periodo di resistenza armata ho letto, visto e sentito cose che ho alzato davanti a me come barricate, a sbarrare la strada al nemico. Ho aspettato in allerta ma col passare del tempo ho messo in dubbio le loro intenzioni e lentamente ho compreso l?inganno: ero io quello che non poteva uscire, nessuno voleva venirmi a stanare ma qualcosa mi chiamava, una voce dolce e sensuale chiamava il mio nome ed io non potevo muovermi.
Ho cominciato a demolire e mentre demolivo catalogavo, perché tutte le esperienze, tutti i tasselli di me stesso fossero pronti all?uso. Hanno fatto la loro parte, poi, nello scontro dentro me.
E ora sto cambiando. Essere schiavi del passato non porta a niente.

Ho letto questo ultimo racconto, sul terzo dei miei vecchi diari. È incompleto. Cioè, l?outsider se ne va e tutto come prima ? Non può funzionare, non ora, non nell?ottica attuale.
Ho pensato ad un finale più appropriato, una svolta diversa; é tempo di cambiamenti del resto.
Viola aveva ragione, spesso ce l?ha; le persone si trasformano ed evolvono, trovano nuovi ed inaspettati modi di essere, si ritrovano a dire e fare cose un tempo inimmaginabili.
Io ho affrontato il mio vecchio io e l?ho domato.
Sto cambiando.
Ormai sono partito.
Spero di non fermarmi più.

DAL NUOVO DIARIO DI GUIDO DONATI

Sono nel centro della piazza, vicino ai ruderi.

Ho rinunciato a capire cosa accade da quando l?altro ieri follia ed euforia hanno cominciato a ballare dentro di me.
Sono partite dai lenti anni ?50 tipo ?Destiny? e passando per dub downtempo e hip hop sono arrivate alla techno, quella pesante.
C?è una specie di rave nel mio cervello.

Ho passeggiato a lungo in quella via dietro al negozio dove pullulano i negozi della cosiddetta arte sacra; ho osservato con inusuale interesse vetrine che fino ad ora avevo sempre trascurato; ho studiato attentamente abiti e oggettistica da cerimonia, statue ed immagini dei più disparati santi. Allungavo la via del ritorno solo per affacciarmi su quel mondo tutto oro, apparenza e zero spiritualità.

Non sono andato al lavoro ieri, non ho nemmeno avvisato; il greco sarà furente, aspettava il cambio.
Non penso che vorrò andarci ancora, mi sembra così inutile, un furto del mio tempo.

La mia compagna mi ha cercato; io no.
E non mi troverà; il mio portatile fa il sub in un?ansa del fiume e la mia casa?la mia casa non so più dov?è, e non mi interessa neanche poi tanto.
Il ritmo nel mio cervello è aumentato ancora; quanti bpm può reggere la folla di un rave ?

Non ho più soldi, non ho più bancomat, non ho più documenti.

Non ho più vestiti, solo questo.

Non ho più nome, non ho più età.

Ho trovato un accendino poco fa, un bel Bic verde; ce l?ho in tasca.

Ed ora ho anche una splendida stola in mano, una stola viola con delle fantastiche croci d?oro.
Potrei legarmela in testa ?

APPENDICE

ALTRE STORIE

Altri momenti
Di altri tempi

Altre libertà
Sotto altri venti

Altre persone
In altri legami

Altri rischi
Con altre volontà

Altri mondi
Per altre cognizioni

Altre storie
Ed altre canzonette in sottofondo

Mostra e mostri

18 Marzo 2007 2 commenti


Non si può !!! una mostra in un posto così proprio non si può. Cioè, si potrebbe anche fare se la gente poi sapesse relazionarsi con la situazione in cui si trova e se i gestori di quello che si spaccia per un centro sociale (ma di fatto non lo è) fossero in grado di organizzare con cura ogni cosa. E invece no. Ho visto foto crollare sotto la spinta di spalle disattente, voci schiamazzare e disturbare note minimali e gente fumare in ogni dove alla faccia dei divieti (e lo dice un fumatore, ahimè).
Stufo marcio all’una mi sono defilato con la consapevolezza che un’esposizione è un’esposizione e ha bisogno di posti adeguati e che l’ignoranza e la maleducazione dilagano senza pietà.
E pensare che solo quattro anni fa quel posto era un piccolo paradiso per artisti più o meno giovani, emersi o no, mi mette un po’ di tristezza.
Non mi vedranno più. mai più.

l’introvabile capitolo 6

15 Marzo 2007 Nessun commento


Mi sono svegliato presto; nonostante avessi programmato la sveglia per le 9.30 alle 7 ero gia sveglio, gli occhi spalancati a scrutare il soffitto. Ho provato a girarmi e a riacchiappare uno strascico del sonno svanito ma non c?è stato verso. Alla fine mi sono alzato e mi sono messo in cucina davanti alla macchina del gas. Non sono un purista del caffè; posseggo una moka ma non la uso mai, preferisco un tazzone di caffè solubile con un goccio di latte, la brodaglia come la chiamano alcuni, e il bollitore elettrico è la mia macchina di fiducia.
Stamattina però qualcosa mi ha impedito di usarla; ero lì in piedi, boxer e maglietta, con i piedi nudi sul freddo pavimento di marmo e non riuscivo a compiere quel semplice gesto, schiacciare il pulsante di accensione della kettle.
Per uscire dall?impasse ho allungato il braccio ed ho aperto il pensile pensando che intanto potevo tirar fuori lo zucchero e poi vedere cosa succedeva, solo che lo zucchero come per magia si è portato dietro un barattolo; nel barattolo ho trovato del caffè e un cucchiaino, probabili avanzi di una cena fra amici intimi, gli unici che sanno che generalmente non posseggo caffè e che mi riforniscono se invitati.
Ho riesumato la moca, l?ho caricata e l?ho messa sul fuoco. Il risultato è stato penoso, un po? per la mia inesperienza nel settore un po? per il fatto che la moka bisogna usarla spesso perché dia i suoi frutti e la mia era a riposo dal mesozoico.
Ma ho bevuto il mio caffè, fermo immobile davanti alla finestra della cucina che affaccia su uno di quei pittoreschi cortili comuni che solo le case di Garbatella vantano.
Osservavo, fumando la prima sigaretta della giornata, il via vai della gente che si avviava alle proprie occupazioni giornaliere sfidando la gelida aria mattutina, alitando fuori in bianche nuvolette la fretta e la noia del tran tran quotidiano.
Studenti con zaini zavorranti, anziani con carrelli biruote, impiegati borsellati; una fauna multicolore rilasciata da appartamenti che godranno del silenzio antimeridiano per tornare a popolarsi nel tardo pomeriggio.
Ho visto il telegiornale delle 8 ed ho fumato un?altra sigaretta per accompagnare le solite brutte notizie, poi ho fatto una doccia, mi sono rasato, manicure e pedicure, mi sono intabarrato e sono uscito.
Mi ero ripromesso di fare un giro a Monti per cercare la galleria d?arte di cui mi aveva accennato il chitarrista; non si presentava come un compito facile poiché la bellezza del rione aveva fatto si che attività di questo tipo si moltiplicassero come funghi.
Ne ho visitate ben cinque prima di trovare quella giusta; l?ingresso, una porta in ferro battuto dipinto d?oro e vetro era singolare e di sicuro attirava l?attenzione; il nome poi era tutto un programma ?Banshee gallery by Viola Pellegrino ? .
Il banshee da quel che mi ricordo è il nome degli spiriti della morte irlandesi che annunciano il loro arrivo con lamenti ad urla strazianti; ho pensato che come nome fosse poco appropriato per una galleria d?arte, ma forse la mitologia irlandese non era poi così conosciuta, e che la singola parola risultasse melodica e avesse quel tocco di fascino esotico sufficiente ad attirare visitatori e passanti.
Sono entrato e la prima sala era deserta; al muro erano appesi dei quadri, scarni sia di colori che di riferimenti: ?Pittura minimale ? recitava la locandina, ?15 opere di Mika Wabata ? .
Ho fatto il classico colpo di tosse finto, per richiamare l?attenzione di qualcuno; l?ho ereditato da mio padre che era un esperto: avrei potuto riconoscere il suo richiamo finto bronchiale fra mille.
Da dietro una tenda è apparsa Viola; stringeva fra le mani un pacco di piccole brochure colorate.
?Salve, benvenuto alla Bansh???? non ha finito la frase ed è rimasta a guardarmi con occhi spaesati. Ci sono stati dieci secondi di silenzio che io ho rotto partendo con la spiegazione della mia visita. Le ho raccontato tutto d?un fiato la mia storia, le ho detto dei diari, dell?indicazione ricevuta dal chitarrista, le ho spiegato il perché della mia ricerca e della mia curiosità su Guido; lei ha ascoltato il mio monologo con aria spaventata e sorpresa ma mi è sembrato che più ascoltasse più si sciogliesse e quando ho finito di parlare sembrava addirittura divertita. Mi ha fatto accomodare, eravamo in piedi da dieci minuti, ed è andata a chiudere a chiave la fantasmagorica porta; poi si è seduta di fronte a me, mi ha guardato, ha tirato un gran respiro come se si dovesse immergere in apnea ed ha monologato lei.
Mi ha raccontato della lunga e profonda amicizia che li legava, della passione comune per la musica, dei tanti concerti e film visti assieme, di vacanze lontane, di comuni dolori; il loro era un affetto incondizionato: passavano anche mesi senza vedersi ma il loro rapporto rimaneva stabile, vivo. Mi ha fatto vedere anche alcune foto che Guido aveva scattato: foto astratte, spesso in macro, oggetti decontestualizzati, dai colori saturi. Spaesavano e confondevano, proprio come ciò che scriveva. Mi ha detto che le aveva più volte espresso la volontà di allestire una mostra dei suoi scatti, ma che gli era sempre sembrato che si baloccasse un po? con quell?idea, che non facesse mai nulla di concreto per realizzarla.
A quel punto ho tirato fuori i diari e li ho posati sul tavolino basso tra noi.
Sapeva che Guido scriveva, poesie per lo più, ma non aveva mai letto nulla, non aveva mai avuto accesso a quel suo lato; ora io gliene offrivo la possibilità.
Per una ventina di minuti siamo stati in silenzio, lei a leggere ed io a pensare poi lei si è tolta gli occhiali ed ha posato il taccuino che aveva in mano; si è alzata ed ha tirato fuori da un mobiletto una bottiglia di rhum. ?Ne ho bisogno ? ha detto e ne ha versato un po? anche per me. In quei due minuti che abbiamo speso sorseggiando il liquore in silenzio lei guardava il nulla ed io, guardando lei, forse ho percepito un po? della forza di quel legame e anche la tristezza per una separazione così lunga.
Lei si è ripresa da quello stato di semi-assenza, è rientrata nel momento dicendomi come Guido amasse la vita, ma di come fosse segnato dal dolore della perdita, dalla sofferenza per una morte non vissuta ma subita; forse per questo non riusciva a legarsi alle situazioni, alle storie ma cercava sempre di cambiare, di fare, di provare. Eppure nei periodi prima della razzia alla libreria gli era sembrato felice; si era legato ad una ragazza, ne era profondamente innamorato, per la prima volta si sentiva di poter portare avanti un rapporto, di poter costruire qualcosa con qualcuno, di poter amare e lasciarsi amare senza paura, senza remore.
Poi però le cose avevano preso una brutta piega, lui era diventato insofferente, sembrava stanco. L?ultima volta che l?aveva visto le aveva detto che gli sarebbe piaciuto respirare qualche volta.
Lei non lo aveva capito e aveva scherzato consigliandogli un respiratore da sub, cosa su cui avevano riso insieme.
?Fondamentalmente ? ha concluso ?penso che Guido volesse solo cambiare aria, cambiare vita forse, che non sopportasse più quella che aveva ?. Detto questo ha versato ancora del rhum per lei; io non l?ho seguita.
Ho fatto per riprendere i diari e lei per un attimo ha reagito come se stessi per rubarle qualcosa di suo, qualcosa di enormemente prezioso.
?Scusa, è che avrei voluto approfondire ?
?Non adesso? gli ho risposto aggiungendo che al momento per me era fondamentale finire di leggerli, di capirli, ma che sarei stato felice di portarglieli prima o poi.
Lei mi ha raccomandato di non arrovellarmici troppo, che non era quello l?approccio giusto, che era un po? come per le sue foto: bisognava osservarle e goderne se si ritenevano belle o dimenticarle se apparivano brutte.
A sforzarsi di capirle per forza si rischiava di perdercisi.
A quel punto ho deciso di andarmene; ringraziandola per la disponibilità l?ho lasciata sulla soglia della banshee gallery a finire il suo rhum e mi sono diretto a piedi alla stazione della metro giù alla suburra.
Ero li che camminavo un po? sovrapensiero, senza guardare propriamente a dove mettevo i piedi quando il temutissimo sampietrino semiemerso ha incontrato la punta del mio piede destro e senza tenti cerimoniali ha dato via ad una reazione a catena di movimenti scoordinati di tutti gli arti che si è conclusa assai poco coreograficamente con una planata scomposta sul selciato.
Nella stradina è risuonata fragorosa un?imprecazione di proporzioni bibliche scaturita dalla mia gola che ha fatto tremare le mura dei palazzi e avrebbe fatto suonare delle campane se ci fosse stata una chiesa nelle vicinanze,visto l?alto potenziale di blasfemia espresso.
Mi sono rialzato ed ho cominciato a controllare meticolosamente se si fosse aperta qualche falla nei miei indumenti ed è stato allora che ho avvertito, distinta, la sensazione di essere spiato; c?era gente che mi guardava e questo era ovvio visto la spettacolare caduta in cui mi ero esibito e l?urlo che ne era conseguito ma non era il loro sguardo che mi sentivo addosso; con tranquillità ho continuato lentamente a spolverarmi e a controllarmi i vestiti finchè la gente intorno ha ripreso ad occuparsi delle proprie faccende e non ha più prestato attenzione alle mie, poi con piccoli sguardi veloci e brevi ricerche con la coda dell?occhio ho cercato di individuare lo spettatore segreto così interessato ai miei movimenti e alla fine l?ho stanato, o meglio, ho visto il lembo di un cappotto nero sparire dietro l?angolo di un palazzo ma mi è bastato. Mentre finivo di rassettare il mio aspetto ho cercato di pensare ad una strategia per venire a capo di quella situazione.
Sapere che qualcuno mi osservava mi faceva pensare che avesse intenzione di seguirmi e sapere che questo qualcuno non sembrava avere l?intenzione di palesarsi mi dava carta bianca sull?impostazione del duello, la scelta delle armi in un certo senso; ho pensato: ?intanto facciamolo camminare, poi si vedrà ?.
E così sono partito.
E allora sali e scendi, svolta a destra, anzi no, a sinistra, di qua, di là, scalette e traversine, piazzette e vicolini, e non mi sforzavo neanche di tenere un?andatura costante, arrancavo e sfrecciavo senza soluzione di continuità.
Le curve le prendevo larghe in modo da poter controllare sempre con la coda dell?occhio se il mio inseguitore ci fosse ancora o avesse demorso. C?era, sempre: non riuscivo mai a vederlo bene, si teneva a distanza il curiosone, ma quel punto nero, il cappotto che lo conteneva era sempre li. Ho cominciato a camminare velocemente e per un po? ho pensato di averlo seminato ma alla fine, quando mi sono fermato per riprendere fiato è riapparso, neanche fosse Yul Brinner lo sceriffo. Non ho nemmeno sbirciato, non ne ho avuto bisogno: mi sentivo di nuovo quegli occhi addosso.
Sono ripartito. Ho allungato il passo in maniera costante. Cristo, sembravo Gelindo Bordin a Seoul ?88. Ho affrontato via Panisperna, pendenza 30% gran premio della montagna, con il cipiglio e l?ardore che solo i campioni. Ho dato il meglio. Ho sudato ogni stilla. Ho bruciato l?asfalto. Ho consumato le suole. Ho piagato i polpacci. Ho battuto tutti i record. E quando mi sono alfine fermato da battitore sono diventato battuto, alle mie spalle c?era un asso del mio pari, il pedinatore era ancora li. Ho chiesto all?orgoglio e all?adrenalina di darmi un?ultima possibilità. Me l?hanno concessa.
Mi sono rimesso in moto e dopo poco ho svoltato a sinistra con l?idea di mettermi a correre e vedere se riusciva a starmi dietro anche così ma quando ho girato l?angolo e ho fatto per scattare la brillante idea si è spenta come una lampadina rotta; non aveva senso era più di un?ora che giravamo passando e ripassando per strade già percorse e il gioco non reggeva più, io non reggevo più e si stava facendo tardi; era ora che l?inseguitore mascherato mostrasse la sua vera identità. Ho fatto venti metri giusto perché non mi venisse addosso svoltando l?angolo e poi mi sono girato ad aspettarlo.
E niente. Niente di niente.
Passa un motorino col motore di una Harley, o solo il suo rumore.
E no, così non vale. Torno indietro e giro l?angolo con la mia protesta già sulle labbra: ?gioco scorretto ? . E invece resto muto davanti al nulla, non c?è nessuno.
No, qualcuno c?è, un punto nero, é all?altro capo della strada. Parti invertite: inseguo io. Scatto.
E allora scendi e sali, svolta a sinistra, beh si, di la, di qua, traversine e scalette, vicolini e piazzette. Sono determinato. E cammina. Guadagno terreno. E sale. È un uomo ed è pure grosso. E cammina. Un fondista, quelli non si arrendono mai. E scende. E non si gira nemmeno. E risale.
Più vicino. Stivali neri. Sempre più vicino. Cappotto nero. Ti prendo. Cappello nero. Ci sono?
Sampietrino semiemerso che piacere rivederti !!!!
Sono precipitato ancora più sgraziatamente rispetto al tuffo in cui mi ero esibito solo due ore prima e non ho nemmeno urlato; sono caduto muto e vinto. Un silenzio rispettoso, per favore.
Ero stato sconfitto, bastonato, annientato. Credo di aver sentito anche una sbeffeggiante risatina mentre ho visto l?uomo del mistero allontanarsi definitivamente attraverso le dita della mia mano ancora protesa nell?atto del carpire, non doma.
Il resto del mio corpo l?ha messa in minoranza e l?ha fatta tacere.
Lentamente mi sono alzato, non ho sprecato neanche tempo a controllarmi il vestiario. Ho alzato la testa al cielo. Imbruniva. Un bambino da una finestra al primo piano mi stava guardando.
?Cazzo ti guardi ?!!!? come se aggredirlo potesse aiutarmi.

Lui non ha risposto, si è messo a ridere.
L?ho guardato. Lui ha guardato me.
Tanto non puoi prendermi. Si è rimesso a ridere.
Ho abbassato lo sguardo. Pure mazziato. Era veramente troppo. Ho preso una sigaretta nella stupida speranza che una fumatina potesse restituirmi un po? di dignità. Ma l?accendino nella frana aveva subito dei danni irreparabili e mi ha lasciato li con la cicca in bocca. Neanche questo vuoi concedermi !!!
?Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere? diceva Igor (o Igor). Istintivamente ho riguardato in alto aspettandomi lo scroscio, ma non è successo nulla. Il bambino era sparito, la finestra era stata chiusa. Ho preso il mio carico di umiliazione, me lo sono issato in spalla e con passo decisamente stanco mi sono incamminato.
Sul sampietrino però ci ho sputato. Beccati questa stupida selce squadrata.

DUEL

Il doppio riflesso sfida se stesso

Ma:
manca la strategia del colpirsi
manca la consapevolezza dell?esserci
manca la simmetria dei livelli

E che razza di duello sarebbe !?!

_________________

NOTTE 2

(JOLE)

Jole è stanca
Jole è sfatta
Jole è fatta, persa, andata.

?Jole non puoi fumare ?
e lei si siede

?Jole non puoi chiamare ?
e lei si dispera.

È sola, zavorrata di chitarra, limoncello, anelli, bracciali
Ed un esercito di scimmie

Jole cambia idea a tempo di record
Napoli ed il mare
il circo massimo e le droghe
la casa, l?ospedale

Jole è un turbine, un ciclone solitario
Jole mi vuol bene ?E tu ??
Jole non ha più le sue pasticche
Jole non ha più il suo letto bianco
Jole è stanca e rivuole la sedia

E dalle mie mani improvvisamente gli artigli
E dalla mia bocca improvvisamente il rifiuto

_____________________

IL BASCULANTE

Io dormo per strada.
Uno quando dorme, dovunque lo faccia, deve sentirsi comodo. Deve togliersi le scarpe.
Ecco amico mio vedi, io le scarpe le ho tolte e dormivo per strada, no no no, dormivo alla stazione.
La gente è tanto cattiva, la gente non capisce e la gente ti ruba le scarpe.
Mi sono detto: e ora come faccio?
Ma poi lo so. Vado alla caritas e mi danno le scarpe nuove. E ora ho le scarpe nuove.
Ma vedi amico mio, il problema non sono le scarpe. Io le scarpe le ho.
Il problema è l?essere scrittore. Io sono uno scrittore. Ho il mio romanzo da portare avanti.
Ho la mia storia da raccontare.
Ma come fa uno scrittore ? Me lo sai dire amico ?
Come fa uno scrittore se gli rubano la penna ?

MERCATINO ESTEMPORANEO

Non c?è limite all?imprevedibile.

Oggi, una mattina d?inverno come tante, mi godo i tredici minuti di sole che lo squarcio del vicolo di fronte concede al sole per passare. Tredici minuti esatti, cronometrati, per riscaldarsi un po?.
La monotonia regna. La gente transita normalmente, i negozi sono normalmente aperti e il caos sonoro normalmente satura l?aria: è un concerto di sirene ululanti, clacson petulanti, frenate giusto in tempo, zoccolate equine, allarmi di seconde file.
Tutto come sempre e come sempre osservo, mi fisso sulle persone, sui loro movimenti, sulle mille vite estranee che mi si mostrano ignare. Fotografie mentali, le chiamo.
Getto la sigaretta prima di intaccare il filtro e sto per rientrare quando colgo un punto rosso sul marciapiede opposto. È in asse e guarda me. Io distolgo poi riguardo, lui abbassa, fa il vago, poi va di sottecchi e io finto a sinistra; proprio un bel duello, non c?è che dire.
Rientro.
Mi viene quasi da contare per vedere se ho ragione, ma so già di averla.
Il punto rosso entra, è un giaccone ampio e imbottito.
Stavolta lo sguardo è diretto.
Usa solo due parole per mostrare la mercanzia, avvolta in un fazzoletto, estratta con rapidità.
Trattasi di capezza d?oro con croce e di orologio rolex.
?È un prezzo buono ? dice punto rosso, ?tutti e due poi ancora meno ma solo perché sei tu ?
?E chi sono io ??
?Sei tu ? . Disarmante.
?Non le voglio le tue carabattole ?
?Roba buona amico ?
?Amico ??
?Roba chic ?
?Non porto l?orologio ?
?Ma il pendaglio si, è proprio il tuo ?
?Non porto oro ? e mostro le mani.
C?è spazio per un ultimo tentativo di ribasso ma alla fine desiste e fuoriesce.
Cammina rasente al muro, sfiorandolo; lo seguo con lo sguardo finchè svolta l?angolo.
È sinuoso, un serpente, una biscia di città.

Ho messo Suzuki di Tosca nello stereo. Da due giorni non lo levo, da quando la gara a “Inseguimi che ti inseguo” mi ha visto perdente.
Non ho combinato un granché da allora; per lo più ho fatto tutt?uno con il divano, un copri-telo umano.
A vederla da fuori sarebbe potuta sembrare un?installazione, una di quelle che si vedono ormai in tante rassegne di arte contemporanea; c?é chi fa di queste cose spacciandole per tali e c?é sempre qualche gallerista scaltro che le espone come tali e c’è inevitabilmente qualche squilibrato che le compra pagandole in quanto tali. E tutti sono contenti.
Comunque io il mio divano non lo vendo, ho solo questo e mi serve, lo abito potrei dire.
È che quella storia del pedinamento e dell?uomo in nero mi ha scombussolato. Avevo bisogno
di starmene un po? tranquillo; spento, come dice qualcuno.
Razionalizzare ciò che era successo, cercare di spiegarlo e di capirne i dettagli, non era stato possibile; sebbene avessi fatto i miei tentativi non ne ero venuto minimamente a capo.
Nonostante questo, la permanenza forzata sul divano a fissare il vuoto e a far fare ginnastica al cervello, un po? di serenità me l?aveva ridata; poi è successo un fatto nuovo.
Stamattina nella cassetta della posta ho trovato, fra l’immancabile pubblicità multipagina del discount di turno e l?inossidabile costanza nelle presenze del volantino per prenotare le gite al santuario di Padre Pio, una busta, anonima, una semplice busta da lettere bianca, neanche tanto stropicciata, con su il mio indirizzo scritto in una calligrafia quasi illeggibile, molto infantile.
Il primo pensiero é andato al perfido pargolo spettatore della mia seconda caduta sullo stesso bersaglio, ma era talmente idiota che l?ho scacciato subito. Il secondo é stato ?meglio rientrare”: ero uscito in cortile vestito solo dei miei boxer.
Al sicuro delle mura domestiche mi sono seduto al tavolo della cucina, ho preparato la brodaglia ed ho aperto la busta. Dentro c?era un solo foglio, bianco, piegato con cura. Ho aperto l?A4 con lentezza da pokerista spizzatore però ho chiuso gli occhi mentre lo facevo, giocavo alla cieca. Poi li ho aperti lentamente su ?Voglio i miei diari ? punto.
Tutto qui ? No veramente, tutto qui ? E se anche volessi ridarteli come faccio, babbeo !!?
La reazione è stata questa, poi mi sono messo a ridere di una risata isterica e convulsa, fino allo sfinimento. Divano, dove sei ? Riprendimi tra i tuoi accoglienti cuscini.
Ma no. Ho reagito sorprendendo me stesso.
Per prima cosa ho indossato pantaloni e maglia, così, solo per avere un aspetto più consono alla situazione (non è vero, aveva un freddo cane).
Poi ho preso la ?lettera ? e l?ho cestinata, dai tre punti (folla in delirio).
Poi ho preso Otis Redding e l?ho fatto rollare sul piatto (mente, era un cd).
Poi ho cantato a squarciagola ?Try a little tenderness ? fino alla fine (l’?ha solo ululata, le parole non le sa).
Poi mi sono chiuso mezzora nel box doccia sotto l?acqua bollente (ed era ora che ti lavassi).
Quando sono uscito, avvolto in una nuvola di vapore neanche fossi una locomotiva, mi ero calmato.
Una lettera da Guido Donati in persona, quale onore, io un semplice manovale.
Sorprendente.
Questo dava alla faccenda una dimensione tutta nuova, nuove spiegazioni ma anche nuove problematiche. Mi sono asciugato e mi sono vestito, ho preso carta e penna ed ho cercato di disporre degli appunti in base alle recenti novità. Dunque: punto primo Guido é vivo e vegeto ed é in città, punto secondo, non so né come né perché, sa che i suoi famigerati libretti sono in mio possesso e sa chi sono e dove abito, punto terzo non credo voglia incontrarmi al momento, credo che si risparmierebbe volentieri le presentazioni e i convenevoli, è la restituzione ciò che vuole, il maltolto.
Non mi lascia alcuna possibilità di azione, i fili li muove lui.
Ho deciso che cercherò di continuare a comportarmi come sempre, cercherò un lavoro nuovo e aspetterò gli eventi. Nel frattempo quasi quasi mi risento Suzuki; slow beat, small sounds, relax.

Nel pomeriggio ho aperto la mia agendina dei miracoli, la rubrica dei momenti disperati, quando il lavoro non viene da se e bisogna stanarlo; ho dato il via alla processione delle telefonate, in rigoroso ordine alfabetico. Da conoscenti e colleghi però non sembrava venir fuori nulla, neanche una mano di bianco in una stanza, nulla. A metà dell?elenco stavo già pensando di arrendermi quando è stato il mio di telefono a squillare. Una voce nasale, acuta, quasi fastidiosa mi ha aggredito con la sua propostadilavoroconsigliatoconoscentiottimoguadagnograndemazzopuòcominciaresubito.
Beh, se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto, cosi si dice, no ?
Ma certo che accetto mio amato benefattore, mio grande amico, mio salvatore.
Ho preso tutti gli appunti necessari: trattasi di un appartamento di 200 metri quadri da dividere in tre; riduci lo spazio che aumenti il profitto.
Domani ho un appuntamento con il possidente per discutere i dettagli, tecnici ed economici. Ora si tratta di racimolare la squadra con cui dividere lavoro e bottino.
Ho aperto il memorandum del collaboratore, pozzo senza fondo della manovalanza romana, ed ho freccettato i papabili poi li ho chiamati in base ai quattro punti fondamentali del mio personale ?prontuario dell?allestimento combriccole edili ?(P.A.C.E.): capacità, simpatia, sintonia, fede politica.
Dopo poco meno di un?ora tutto era compiuto.
Molto bene; birretta gelata per festeggiare, mi sento bene, se Guido fosse qui, cappotto nero o no, lo inviterei ad unirsi al party; é uno di famiglia ormai.
Mi viene un?idea: tolgo le foto.
Le tolgo tutte.
Ho liberato frigo specchio e computer dai loro fardelli e li ho riposti in una cartellina anonima. La loro esposizione non ha senso.
So bene com?è fatto Guido.

MATTINA 1

Il pensionato solo
con la lingua che corre
gli occhiali in buffa asimmetria
grazie al nastro adesivo

Il giovane frate,apparizione fugace
spinge con il suo sandalo gelo-resistente
il monopattino giallo
accompagnato dal turbinio del suo saio

La bramosia del rappresentante
tutto falsità e sorrisetti
incasso e percentuale
mani che stringono poco
percentuale e incasso

Ed infine la regina dell?adulazione
(quale ciliegina migliore)
che fra ammiccamenti,infidi elogi
e una brutale invasione della privacy
pone fine alla recita mattutina.

_________________

NOTTE 3

(ELVIO)

Alla fine del turno
Elvio si presenta
E dopo un breve ripensamento
mi racconta con parlantina al chianti
di come ha gabbato finanza, caramba e pulotti

Mi descrive la sua casa ponte
mi chiede dei soldi
poi mi mostra i suoi
e mi parla del suo colpo
di infami prelati
di pranzi e targhe
università e giornalisti

Non si incula nessuno lui
nemmeno il padre del padreterno

Un poeta
un visionario
con in tasca lo scontrino
per l?offerta che riceve

THANK?S GOD IS FRIDAY

A cena tardi
Fra vino e vegetali
Interventi d?arte
E accenni telefonici

Non si può restare qui
Bisogna uscire ed assaporare qualcosa:
che sia un dolce
o lo sguardo curioso della rigidità ottusa
non fa differenza
conta muoversi
e tirare tardi un altro po?
per digerire la pietanza
e la giornata.

Rimpianto

9 Marzo 2007 6 commenti


Quando l?orgoglio si frantuma, quando la rigidità si spezza ed ogni strato della nostra corazza cede alla realtà, la pelle, troppo a lungo nascosta ed ingannata comincia a screpolarsi, a piagarsi; vene che non avevamo mai considerato cominciano a pulsare corrodendoci dall?interno e il dolore della coscienza inizia l?inarrestabile opera di distruzione. Non possiamo contrastare, troppo tardi ormai e lei è comunque troppo più forte di noi ed è dannatamente motivata: ci prende e ci porta in un posto nuovo, lontano da tutte le nostre antiche difese ed in quel posto ci tortura a suo piacimento, in quel posto ci fa conoscere l?errore, in quel posto ci regala uno specchio pulito e ci costringe a guardarci.
Quel posto ha un nome diverso per ognuno di noi. Per molti quel posto si chiama rimpianto.

L’introvabile capitolo 5

6 Marzo 2007 2 commenti


SIMBIOSI CON IL GATTO

(7 GIORNI A DEN HAAG)

Il gatto entra ed esce. Ho usurpato il suo regno; lo farò per una settimana.
Il sushi bar non era male; very trendy fuori, molto caldo dentro.
Feng shui a go-go e luci viola arancio.
Fa freddo.
Il tram passa quasi subito; ci porta sul canale; sono dieci minuti a casa.
Sonnolenza regna, le finestre parlano chiaro, con accento vagamente inglese.
Nessuno.
Il nostro doppio passo scrocchia. Poi casa e scale.
Il divano mi bacia; io bacio carta in fiamme.
Salgo altre scale.
Il gatto dorme con me. No, non lo fa; entra ed esce.
Un ultimo bacio.
Entra, fruga e annusa.
Esce, entra; gioca, scopre.
Esce.
Stanchezza nelle gambe.
Bossanova beat nelle orecchie.

______________

Le canzoni di Carlos, riviste, rielaborate, risuonate.
Circondato da vetrine apro la bocca; loro pure.
Sono ingurgitato: spendo.
Mi confonde il fascino di scaffali estraneo-esteri.
Stampelle che sorreggono ed offrono, manichini che scontano.
Entro ed esco (come il gatto).
È un susseguirsi di abbiglia-giovani, orpella-case, megamultibookshops espansi, colesterol-bars.
Poi la meravigliosa diversità del market.
Eccoci: siamo due sherpa; l?Annapurna è a otto fermate, ma una è illegale.
Ho voglia di cucinare.
?Cucino io, cucino io?
Ok, cucino io.
Prima stralci di squallore domenical-televisivo.
Due birre e supersensi.
Ai fornelli ci do dentro.
Il risultato esalta. Il palato esulta.
Telefono poi m?impasticco.
Mi distendo.
Il gatto entra ed esce.

_______________

Vincent ha fatto un teschio con una sigaretta accesa tra le mandibole.
Fai un passo pensando di doverne fare dieci e invece ne hai fatti dieci con uno solo.
È duro il cammino per l?arte.
E sala dopo sala dopo sala è tutta un?estasi e solo dopo è stanchezza.
Un mio ricordo d?infanzia è esposto alla generale bramosia.
Sale e ancora sale.
Entro. Ed esco (proprio come il gatto).
A fianco meno gente (c?è chi può e chi no) ma è affascinante. Soprattutto Emin.
Poi è pioggia, freddo, sigarette e quattro foto cuuupe ma dal taglio interessante.
Pioggia, pioggerellina fine; mi inzuppa senza farsene nemmeno accorgere.
Riparo da Get record. Entro leggero, esco carico.
Due giorni di lavoro sacrificati al collezionismo sfrenato.
Ebbro di vizio e sazio di kebab cerco il Kadinsky e il consiglio si rivela un regalo.
La camminatavelocequasicorsa verso la stazione, il fischio musicale maniacalmente dissonante;
la mezzora di treno, il drink: tutto al rallentatore.
Sguazzo nel cibo cinese saturandomi di tutti i saturanti possibili.
Mi arrampico grondando soja per la rampa.
Il gatto mi segue ed inizia il suo show.
Entra ed esce.

_____________

Eccoti Gnuppy, splendido animaletto bicolore; entra.
Giro quasi tutto ciò che resta da girare, ma il terzo occhio è cieco.
Non si può cogliere la gamma, posto che ce ne sia una.
E allora via con gli avanzi degli egizi, gli scarti dei greci, le inesistenze etrusche.
Povero Rembrandt, se sapessi come ti hanno ridotto la casa.
Dalle pulci spendo, e spando fumo e alito.
Piove (ma non smette mai ?).
Prelevo e torno indietro.
C?è il carillon sulla torre e dura un?eternità.
Sorpasso porte profumate, rido di nomi.
Hei, un corpetto di latex straripante carne in quella vetrina là in basso: è fuori zona.
Incrocio lo sguardo, un nanosecondo, tutto in un nanosecondo e ricomincio a fissare l?asfalto.
Torno a casa: treno, stazione sbagliata, mi perdo, mi ritrovo.
Mi abbandono.
Il gatto è uscito, io resto dentro.

______________

Ho mangiato l?aringa (sembro il gatto); me ne sono appropriato, me ne sono nutrito.
Hei, ora sembra proprio casa mia;
dalla tarda ora della fuoriuscita all?attualità di un ritiro anticipato (cause di forza maggiore).
Il vento mi ha spintonato.
La fanciulla con l?orecchino di perla mi ha sedotto.
L?autopsia mi ha inchiodato e il resto mi ha tenuto compagnia.
Sto cambiando pelle; voglio sentirmi nuovamente in mutazione.
Sono calato nella parte e loro ci credono, tutti.
E allora approfondisco, scendo la mobile e vago fra scaffali pieni di diversità:
scomparti di lontananze alimentari, assortimento di esigenze e sconti di giacenze.
Arraffo a caso, pago,riemergo e riapprodo a casa: sembra mia, l?ho già detto.
Il gatto mangia l?aringa (ovvio). Gioca , io con lui, solo un?oretta però.
Poi mi ritrovo a parlare di catacombe e luoghi sepolti, altezze di fiumi e scarichi di gas;
il tutto per pochi minuti, quasi un breve documentario.
Poi sono nuovamente solo. Zapping veloce, veloce aspirina, faticosa rampa.
Lento ed estenuante giocare col gatto, insiste, non demorde.
Alla fine esce, per mano mia.
______________

Come la luce può far cambiare ogni cosa, ucciderla e darle nuova vita.
Finalmente è un passo e uno scatto, come ai vecchi tempi.
Comincio presto.
Scopro colori e vie nuove; il dito freme per il breve lasso, sembra un motore.
Mi lascio colpire, non mi lascio affondare.
Semino liquidi un po? ovunque.
Mangio l?aringa e cammino.
Medium fries e cammino.
Coffe cup e rientro.
Dal finestrino mulini vecchi e nuovi e forse non tutti sono stupidi.
Il discount arabo è un bazar; l?ordine è un optional.
Trovo ciò che cerco.
Il gatto mi aspetta di sopra; gioca con le buste.
Fumo poi lavo i piatti.
Cucino con il gatto, poi mi rilasso e lui ne approfitta.
Salgo con il gatto.
Io entro, lui no.
Stanotte no.

______________

Ed ora sono pure due (i gatti).
Non posso dire di essermi mosso, ma viaggiato ho viaggiato.
Come pianista esperto ho suonato un lungo concerto su tutte le ottave dell?immaginazione.
È solo suono di vento e di passi, tutto il pomeriggio.
Poi arriva Macarino e tutto si rianima.
Si velocizza sulla cena con quattro stranieri in terra straniera.
Si parla in inglese.
Si ascoltano Nick e Robert; poi Carlos.
Fuori c?è l?abisso, clima assassino.
Vanno tutti via.
Io sostituisco un Carlos con l?altro.
Ho chiuso la porta. I gatti non entrano (non sarebbero usciti).

_______________

La casa si sveglia tardi; tutti gli elementi, uno alla volta, fanno capolino.
Siamo agli sgoccioli.
Chiudo tutto. Fumo tutto.
Colazione strampalata.
C?è però il tempo per una nuova escursione.
Un paesello con grande atmosfera e gente mediocre.
Mangio il pesce fritto, le fries, rifaccio il gioco dell?entra ed esce (eh già,il gatto).
Trovo scampoli di regali e qualche simpatica chiacchera.
La pioggia gioca a ?ti becco oppure no ?; finisce in pareggio.
Saluto il mulino infervorato e torno a casa.
Saluto i gatti. Saluto tutti.
Ritorno sherpa e mi avvio.
Poche ore dopo decollo.
Poche ore dopo atterro.
Nel buio.

La ciliegina sulla torta !

Torno da una due giorni ad Amsterdam; un viaggetto me lo meritavo proprio.
Ho scelto Amsterdam per una questione economica ma anche per soddisfare una mia smodata passione per quelle città che appoggiano le loro fondamenta non sulla terra ma sull?acqua.
Sono affascinato dagli elaborati intrecci di canali e ponti che le caratterizzano, dal silenzio che generalmente le in-sonorizza, dal fatto che è più facile veder passare un?imbarcazione piuttosto che una macchina, tutte cose che le fanno sembrare come bloccate in una specie di bolla spazio temporale, non corrotte dal passare dei secoli, inviolate.
So che forse è una visione un po? troppo romantica della cosa e che a ben guardare non è totalmente così, ma è proprio così che io le vivo.
Per questo ho preso l?abitudine di passare ogni anno, verso la metà di ottobre generalmente, un week end lungo a Venezia, che delle città acquatiche è sicuramente l?incontrastata regina e non solo per i musei, le chiese e i suoi monumenti o per la biennale (arte, architettura o cinema che sia) ma per l?umida e magica atmosfera.
A Venezia lo smarrirsi diventa il miglior modo possibile per conoscerla, per viverla, scoprendo ciò che abitualmente rimane fuori dai tour preconfezionati, dagli itinerari prestabiliti, che è poi la parte più bella e più vera, quella dove puoi trovare ancora qualcuno dei pochi Veneziani veri, che ancora la abitano. Li, nelle minuscole calle adornate di panni stesi e nelle piazzette silenziose c?è la Venezia reale, quella delle botteghe popolari e dei minuscoli alimentari, dei giochi dei bambini e delle vecchie con le galoscie, dei pescatori che riparano le reti e dei bagari stretti e fumosi.
Quando poi la nebbia cala a velare tutto, affidando la visibilità agli aloni delle lampade, il paesaggio si intrica ma conclama in meraviglia.
Anche Londra, che ha le sue radici saldamente piantate nella terra d?Albione, ha le sue carte da giocare da questo punto di vista (e non solo per la nebbia); il dedalo di canali di Camden, con le sue dighe e il suo caotico mercato domenicale e le sue battello-case, roulotte acquatiche con cui partire e vagare per l?immensa rete fluviale britannica o in cui semplicemente vivere una vita diversa.
Ma ci sono anche le Docklands, l?isola dei cani, dove un tempo si stipavano le spezie e tutte le merci provenienti dalle colonie in oriente via nave e i cui magazzini dopo giganteschi lifting e restyling, sono diventati super-uffici, mega-gallery e trendylofts tutti affacciati sui canali.
E che dire di Bruges, piccola perla belga dall?antichità intatta.
Comunque non ho scelto né la gondola né il pub questa volta, ho optato per i mulini.
Il clima è stato impietoso, pioggia quasi costante e freddo che fa scricchiolare le ossa e tarantellare i denti, ma l?atmosfera è stata comunque magica,
Ho vagato per il centro senza una meta precisa, solo per assaporalo, non volevo concentrarmi su qualcosa, volevo solo liberare la mente da tutto.
Ho preso una stanzetta in una piccola pensione, sufficientemente economica e dignitosa; del resto non ho mai avuto grandi pretese da questo punto di vista.
Per mangiare poi basta un kebab, uno di quelli veri, seri, non come quelli capitolini in cui la carne, mai di montone, te la devi immaginare. C?è addirittura una piccola catena di negozietti che fanno solo falafel e poi, volendo, ci sono sempre i chioschetti che ti preparano velocemente un panino con l?aringa o con il maccarello.
Mi sono volutamente tenuto lontano dal quartiere a luci rosse; mi aveva disgustato la prima volta che andai e mi sono ripromesso di non passarci mai più. È l?unica nota stonata di Amsterdam, anche se vogliono farla passare come una cosa caratteristica; non sono un moralista ma lo squallore non mi attira assolutamente.
Sono invece entrato in uno dei tanti coffe shop, non per stazionarci, quello lo lascio ai turisti venuti solo per quello, ma per un acquisto veloce ed un consumo casalingo.
Non fumo erba abitualmente ed effettivamente è un bel po? che non accade, ma ogni tanto mi piace perdere un po di gravità.
Ho preso anche due funghi. Li ho consumati la sera stessa.
È stato in quel momento di transfert mentale che ho incontrato Guido, solo nella testa ovviamente.
Non è stato un sogno perché ero sveglio, diciamo che si è trattato di un pensiero in multicolor.
Cammino in una stradina piccola e poco affollata ma non propriamente un vicolo; c?è un po? di nebbia, ma leggera, come in una foto di Hamilton; mi avvicinavo all?ennesimo canale, all?ennesimo ponte. Sembra che la sequenza non debba mai avere fine.
Più mi avvicino più sento il sottilissimo sciabordio dell?acqua e il vago odore salmastro.
I lampioni incoronano l?ingresso, il centro e la fine del ponte. Comincio ad attraversare ed è come se ci fosse una sapiente regia a muovere i fili: la scena rallenta, i movimenti dilatano la loro durata.
Se non avessi il cd portatile con gli Smiths che suonano, la miglior compagnia per ogni viaggio che si rispetti, giurerei che ci sarebbe anche un accompagnamento sonoro appropriato, vagamente noir, magari con un theremin in primo piano e gli archi a tremolare in sottofondo.
C?è un?ombra al di là del ponte, riesco a vederla nonostante la nebbia; si muove in senso opposto al mio. Passano i minuti e ci siamo avvicinati, ma non ancora abbastanza da guardarci in volto.
Parte una raffica di vento, debole, poi un?altra e un?altra ancora, più forte stavolta; scuote la mia sciarpa ed in sincrono fa volare il suo cappello che esegue un doppio forse triplo carpiato verso il canale, verso l?acqua. Io mi allungo per annullarlo: tuffo irregolare.
L?incrocio delle sequenze: la mano, il cappello, la mano, il cappello, un totale in campo largo, cappello, mano, campo stretto, mano-cappello. È da oscar !
Alla fine lo prendo, di un soffio; la sciarpa mi sbatte in faccia, ci si appoggia, mi maschera.
Sento il rumore di un passo.
Sempre lentamente la sposto e intanto stringo il cappello più saldamente in un rallenty sempre più estremo, più stiracchiato.
Recupero la vista domando l?indumento e allargando un sorriso mi giro verso l?ombra che ormai mi è affianco, preda del lampione, della sua luce, proprio come me. E SBAM !!!!
È Guido, è li accanto a me, mi sorride. Poi inizia a ridere, la sua risata è contagiosa e gli vado subito dietro, ma non c?è il sonoro, solo la gestualità, la mimica di un?allegria fragorosa.
Gli porgo il cappello; il vento fa fluttuare i suoi dreadlocks per metà biondo cenere, per metà castani: non li ha più tinti, penso.
Lui prende il copricapo e alza una mano come per ringraziare o per salutare; io continuo a ridere e poi seguo il movimento delle mie gambe che mi portano via, verso l?altro lato del ponte.
Appena perdiamo l?allineamento la scena comincia a riprendere velocità, ma senza fretta.
Aumentano i giri e quando giungo al di là sto di nuovo camminando al mio ritmo.
Mi giro ma la nebbia ha già divorato tutto alle mie spalle. Provo a gridare il suo nome ma non ne sono convinto e comunque l?audio non è ancora tornato.
Poi sono in un altro tassello della sequenza strada ? canale ? strada ? canale, da solo.
Il seguito è confusione.

Appena recuperata la lucidità necessaria ho buttato tutto giù su carta, per non dimenticare.
L?orange l?ho finita prima di partire (che nulla vada sprecato) e quando sono tornato a Roma mi sentivo a posto; neanche il volo turbolento e l?atterraggio periglioso causa copertone esploso erano riusciti ad incrinare il mio stato di benessere fisico e mentale. Rigenerarsi, a questo serve il viaggio, ricaricare le batterie.
Poi il secondo diario di Guido mi ha regalato questa storia del gatto e tutto è riprecipitato.
Non è più solo un caso.

ATTRAZIONE E REPULSIONE PER GLI INSETTI

(L?OSTINAZIONE DELL?INNAMORATO RESPINTO)

L?insetto verde tenta di espugnare la lampada rossa
Dapprima vola dal basso tentando di sorprendere la luce
Che, sorprendendo a sua volta, si difende bruciandogli le zampe

brzzz

Secondo volo, secondo tentativo
ed ali scottate

brzzz

E allora si inerpica su uno dei bastioni e fallisce
e allora tenta dall?alto

brzzz

E di nuovo dal basso

Brzzz
E brzzz
E brzzz
E brzzz

COLOR BUBBLES

Sono sdraiato Doppio cuscino
L?amico di là dorme Buonanotte brucia
Niente musica Luce blu, di lato
Tiro Ripongo Sfilo e soffio e via
Tre verso l?alto Una grossa e tre mini
Tiro Raccolgo Risoffio
Raccolgo doppio Poi triplo Poi quasi quadruplo e pik
Tiro Ripongo Poi soffio
Va troppo in alto Non ce la farà Hei quella ha brillato
Ritento il gioco Scoppio e stop
Tiro
Soffio male e mi bagno Poi a cascata
Poi chi su e chi giù Poi riprovo
Butta male Tiro O la va o la spacca
Scoppio e stop
Piccole e veloci Grasse e lente
Hei che presa al volo
E faccio tre E faccio quattro
L?occhio brucia Soffio perfetto Ed è uno splendore
Tiro
Tiro
Uccido
Toh, un bisonte sul lampadario cinese

Sono andato a trovare delle persone, alcune le ho dovute scovare e mi ci è voluto del tempo: i diari non mi bastano più. Ho bisogno di informazioni concrete, di dettagli, dati con cui confrontare gli scritti di Guido.
Ho pensato di iniziare dai negozi vicino alla ex libreria, forse aveva stretto amicizia con qualche altro commerciante; succede spesso.
Così sono tornato a Corso Vittorio. Dal bar di fronte, dove Guido consumava colazioni o pasti, non ho ricavato nessuna informazione utile. È andata meglio con un ragazzo che ha un negozio di ciarpame per turisti proprio lì accanto.
La loro conoscenza, ha detto, non era così profonda nonostante fossero usciti anche qualche volta insieme a bere qualcosa o a mangiare una pizza.
Mi ha raccontato che, nonostante fosse spesso stressato, soprattutto dal rapporto con il proprietario (un pazzo, così lo aveva definito) amava molto il suo lavoro; amava soprattutto il contatto con la gente con i suoi pro e contro, era sempre gentile con tutti anche con i clienti più esigenti e petulanti.
Insomma lo riteneva un po? il commesso ideale oltre a considerarlo una brava persona.
Lui stava tutto il giorno nel suo piccolo negozio stipato di magliette, felpe e cappelletti di Roma e spesso chiaccheravano per far passare un po? il tempo; come lui anche Guido era appassionato di enigmistica e nelle giornate piatte, quelle in cui i clienti latitavano, ingaggiavano super sfide a suon di definizioni.
Rideva spesso, questo ricordava, il suo sorriso radioso; qualche volta però aveva notato in lui, nei suoi occhi azzurri, un velo di malinconia, un accenno, come se dentro portasse il peso di un dolore, un dolore segreto che gli straziava l?anima.
Di più non mi ha saputo dire, però mi ha fornito un?informazione utile: Guido aveva un gruppo, uno stravagante gruppo musicale in cui suonava il basso e di cui lui conosceva un altro componente.
Avrebbero fatto uno spettacolo, una performance per l?esattezza, due sere dopo in un locale a Testaccio. L?ho ringraziato e l?ho lasciato al suo lavoro.
Sono andato a vedere lo spettacolo; teatro sonico così dicevano il flyer che avevo trovato e la locandina all?ingresso, teatro sonico: storie e musica.
Il locale era ricavato, come la maggior parte di quelli di Testaccio, da quella che poteva essere stata una stalla o un magazzino dismesso, di quelli che si trovano a ridosso dell?anforosa montagnola nota come ?monte dei cocci ? .
I gestori non avevano fatto molto per trasformare il tugurio del passato nel locale del presente.
Qualche mano di bianco alle pareti, una colata di linoleum a tondini per pavimentare e basta, giusto per dargli un minimo di vivibilità. Si trattava fondamentalmente di due stanze parallele e speculari unite fra loro da due aperture; in una, quella su cui si affacciava la porta d?ingresso, c?era il piccolo palco che ospitava le esibizioni dei gruppi e la consolle del dj e teoricamente era anche quella dove si ballava; il condizionale è d?obbligo vista la forma stretta ed allungata dell?ambiente che probabilmente non consentiva particolari evoluzioni coreografiche soprattutto se affollato.
L?altra stanza ospitava invece un lungo e scarno bancone bar e qualche tavolino corredato da sedie diverse l?una dall?altra, presumibilmente rimediate qua e là. Immancabile il lenzuolone bianco appeso ad una parete per le altrettanto immancabili proiezioni del vj. In fondo una minuscola scaletta portava verso il basso, forse ad un magazzino, forse ad un camerino ma più probabilmente ad un loculo adibito ad entrambe le funzioni.
Il locale ha cominciato a riempirsi, non che ci volesse molto, ed ho deciso di guadagnare uno sgabello in fondo al bancone e sorseggiare un primo drink nell?attesa dello spettacolo.
Se il club non era un gran che almeno poteva contare su un barista capace che mi ha preparato un long island ice tea a regola d?arte; dopo meno di mezzora lo spazio calpestabile era ormai saturo e finalmente i tre sono emersi dal sottosuolo vestiti con strane tute fosforescenti e sono saliti sul palco. Io sono sceso dallo sgabello e mi sono messo in fondo alla sala occupando l?ultimo posto disponibile, un angolo, in ombra così da vedere senza essere visto.
Poi loro hanno cominciato: rock?n?roll ! ! !
Dopo l?ora e un quarto scarsa di show ho cercato di avvicinare i tre componenti del gruppo che però sembravano sfuggirmi; ogni volta che li intravedevo nella folla che assiepava il locale ed i nostri occhi si incrociavano sparivano. Così ho deciso di sparire io, almeno temporaneamente, e mi sono fumato un paio di sigarette all?esterno del club dopo essermi fatto timbrare la mano con un elefantino rosa onde assicurarmi il rientro. La gente ha cominciato lentamente a sfollare e cavalcando contrariamente il flusso sono rientrato; dopo pochi secondi li ho visti, tutti e tre seduti al bancone del bar a bere e con pochi veloci passi mi sono materializzato al loro fianco.
Ho detto che volevo parlare con loro riguardo a Guido Donati; sono rimasti come impietriti, poi quello dei tre che recitava si è alzato e se ne è andato biascicando qualcosa su come l?argomento gli avrebbe provocato un?attacco d?orticaria o qualcosa di simile. Sembrava parecchio incazzato, abbastanza da scordarsi il vodka tonic appena ordinato; io non l?ho graziato.
Anche gli altri due non si sono sbottonati più di tanto; e si che loro dovevano conoscerlo bene, cavolo ci avevano suonato insieme.
Il percussionista me lo ha descritto come un sognatore con i piedi troppo per terra, un cuore viaggiante; dotato di una certa creatività che riversava nella musica e nella fotografia, le sue passioni più grandi. Una persona buona, generosa ma anche lunatica e umorale (ma chi non lo è).
Ho chiesto se aveva una seppur minima idea del perché fosse sparito così, da un giorno all?altro.
Mi ha guardato con un misto di rabbia e sconcerto poi lapidario mi ha detto: ?ognuno è libero di fare le sue scelte e la sua é stata quella; io la posso anche condividere ma mi ha bruciato, soprattutto per il modo in cui l?ha messa in atto; non è stato un comportamento del tutto rispettoso nei nostri confronti, nei confronti del progetto, tutto qui ?. Poi si è alzato e ha girato i tacchi senza salutare.
Siamo rimasti io e il chitarrista, lì seduti sugli sgabelli scompagnati a guardarci. Lui che fino a quel momento non aveva praticamente aperto bocca se non per annuire con qualche mmm e eeh ha dato un minuscolo colpetto di tosse per schiarirsi la voce e poi finalmente ha sussurrato: ?Io non me la sento di biasimarlo anche se è sparito così, abbandonando il gruppo senza un motivo e soprattutto senza una spiegazione; prima che succedesse quel casino della libreria Guido era diventato un po? strano, sembrava allo stesso tempo più triste e più leggero. Secondo me sentiva che qualcosa in lui stava cambiando e sapeva, credo molto bene, quello che doveva fare per assecondare queste sensazioni. Doveva cambiare strada, io non lo so il perché ma immagino che avesse i suoi buoni motivi ?. Ha dato un sorso alla sua birra, per dissetare gola e timidezza. ?Lui era fatto così, amava trasformarsi, questo ho capito conoscendolo, lentamente, e la sua sparizione non é stato altro che uno dei suoi tanti cambi di pelle, più radicale forse, forse definitivo, non lo so ?. Gli ho chiesto come si sentiva, se era arrabbiato e lui mi ha detto che gli dispiaceva aver perso un amico, ci suonava pure bene, avevano un buon feeling; rispettava comunque la sua scelta anche se a digerirla ci aveva messo un po? .
A quel punto è ripassato l?attore e con fare sbrigativo gli ha fatto presente che la strumentazione sul palco andava smontata subito. Ha cercato con una rapida occhiata il suo long drink sul bancone ma era già stato bevuto e sparecchiato ed ha proseguito grattandosi vistosamente una spalla.
Il chitarrista sbuffando si è alzato, mi ha salutato un po? freddamente e ha fatto per andarsene, poi girandosi un?ultima volta mi ha sussurrato di cercare una certa Viola, una pittrice, la sua migliore amica; se non si sbagliava aveva una piccola galleria d?arte a rione Monti. Forse non avrebbe avuto più risposte di lui, ma forse parlarle?.
L?ho ringraziato con un sorriso e sono rimasto da solo al bancone, opposto al palco. Mi sono acceso una sigaretta ed ho ordinato un Black Bush senza ghiaccio. Non mi andava ancora di uscire e di affrontare la folla che la sera a Testaccio sciama da un locale all?altro senza sosta; sono rimasto a guardare da lontano i tre che smontavano gli strumenti e li riponevano nelle apposite custodie.
Fra l?attore e il chitarrista doveva esserci un?animata discussione in atto visto il modo come si agitavano l?uno sistemando quelli che presumibilmente erano i testi dello spettacolo, l?altro riavvolgendo un numero impressionante di cavi. In realtà sembrava che fosse più il primo a parlare ma le parole erano coperte da una pessima scaletta di funk che aveva fatto scappare quasi tutti gli astanti tranne una decina di persone che erano talmente ubriache da non distinguere una mazurka da un pezzo techno e che quindi avrebbero potuto ballare per ore (e forse lo hanno anche fatto).
Sono rimasto a guardarli un po?, giusto il tempo di fumare un?altra sigaretta, di ordinare un vodka tonic da far portare all?attore più tardi. Poi mi sono avviato verso l?uscita ma sulla porta mi sono voltato un?ultima volta a guardare il palco ormai quasi smontato; il chitarrista mi ha guardato e io
ho guardato lui, poi lui ha distolto ed io sono emerso nella gelida aria notturna. Il caos esterno, la movida capitolina, era ancora intenso. Le macchine incastrate fra di loro nella disperata quanto vana
ricerca di un parcheggio occupavano rumorosamente tutto lo slargo che costeggia il vecchio mattatoio. Ho guardato il cielo ed ho visto qualche stella brillare. Ho pensato che in fondo Garbatella non era poi così lontana a piedi, non era il caso di spendere dei soldi per un costoso taxi o delle ore per uno sporadico notturno; ho alzato il bavero del cappotto, mi sono acceso una sigaretta e mi sono incamminato.

MATTINA 3

Ottavia entra e piange; frigna e strepita: vuole l?orso

Stordimento poi illuminazione

Entra Ilario per portare conforto ma è un fallimento totale

Ottavia sorride per un attimo poi ricomincia
piange frigna e urla
e a me prudono le mani, mani impolverate

Le mani ingioiellate della donna ricca e nauseante
Penso al paragone e mi viene da ridere

Ilario mi guarda con un?aria che tradisce stanchezza
e consapevolezza di schiavitù

Ottavia urla ancora coprendo persino il rumore del traffico
Ha preso tutto. Ha preso più del necessario.
Ora vuole tutto il mondo

Le mani riprudono
La mia pazienza regge

Alla fine Ottavia, Ilario e la donna salgono sulla macchina grigia
uno davanti e due dietro
e : ADDIO.

LA SCRITTRICE GOBBA

La scrittrice gobba mi si avvicina per strada
e subito mi toglie il respiro

Mi legge il suo messaggio scritto su due fogli di carta
in lotta con le poche gocce di pioggia

Lo fa con tono dissolvente
ed io non riesco a seguire la storia
di Barbara e della zia.

È chiaro però che vuole parlare alla radio
fuoriuscire dalla sua stessa tasca

Spera nella commozione di qualcuno
Della zia ? Di Barbara ?
Mi sforzo ma non capisco e allora annuisco
a quell?unica ossessiva domanda:
Si commuoveranno ?
Si commuoveranno ?
Si commuoveranno ?

Pagana preghiera

1 Marzo 2007 1 commento


È un segno ? non lo so. Di certo è strano, quantomeno bizzarro.
Con la vita in fermento, fra certezze e insicurezze, fra paura e determinazione mi viene da pensare che sia proprio così. In fondo tutto torna (o sembra farlo). Sono disposto a credere o a lasciarmi cullare dal fascino di questo avvenire.
Caro Iddu, sei troppo importante per me; lo sei stato, lo sei e lo sarai.
Pazzo ? non credo.
Del resto: scrivo di te, mi blocco, arranco in ottave in rima che portano alla conclusione di una storia di cinque anni fa e quando riparto di slancio e parlo di esplosioni e di destino tu ti fai vivo, alzi il pennacchio e?.
Mi fai capire qualcosa: tu ci sei, forse mi senti, forse mi approvi, mi stimoli ad andare ad avanti, a fare tutto quello che c?è da fare, portare a termine tutto l?incompiuto. Come non credere, in questi momenti; come non sentirsi in qualche modo coinvolto, convocato. Non ti preoccupare mio fido amico, mi sto dando da fare: il giorno dei conti è arrivato, il tempo delle possibilità e delle ripartenze, qualunque esse siano.
Solo una cosa Iddu mio, solo una preghiera per te che, lo so, mi ascolti e mi guardi:

Dammi il tuo calore, che io possa trasmetterlo e scaldare chi nel gelo vuol rimanere.
Dammi la tua forza, che io possa affrontare ed uscirne, comunque sia, vincitore.
Dammi la tua voce, per far capire senza intimorire.
Dammi la tua presenza, per essere capito, per essere creduto.
Dammi la tua storia, per farla continuare.
Dammi i tuoi ricordi, per trarne un senso nuovo.
Dammi il tuo fuoco, per farmi bruciare di gloria.
Veglia sui miei giorni, sui miei gesti, sulla mia vita.
Non abbandonarmi ora.

lL’introvabile capitolo 4

1 Marzo 2007 2 commenti


Forse parlare con qualcuno mi ha fatto davvero bene, se continuavo a tenere tutto dentro avrei corso il rischio di esplodere.
Sono passati quasi due mesi e mezzo dall?ultima volta che ho aperto i diari di Guido, due mesi non facili in cui spesso mi sono sentito vuoto o inutile, almeno quando tornavo a casa e lì aspettavo che il sonno arrivasse per calmare la mia astinenza forzata. Ho cercato anche di aiutarmi noleggiando film (almeno due per serata) anche se spesso mi ci voleva un?ulteriore ora di zapping per incontrare finalmente il sorriso di Morfeo; ho comprato qualche libro per distrarre gli occhi ed uno, ? La casa del sonno ? di Jonathan Coe, c?è anche riuscito (ma con un titolo cosi fazioso sarebbe stato difficile il contrario); ho accompagnato questi svaghi con bicchieri di vino o assaggi di Bushmill, giusto per favorire il tutto.
Nel frattempo ho lavorato, l?avevo promesso, e il guadagno che ne ho tirato fuori è si è rivelato più che soddisfacente.
Un appartamento nel quartiere dove un tempo viveva Guido, anzi a dirla tutta proprio nello stesso condominio anche se in una scala diversa. Avevo carpito questa informazione al portiere dello stabile; confidando nella proverbiale loquacità della categoria mi ero intrattenuto con lui per una sigaretta un paio di volte e questo era bastato a creare un clima di fiducia sufficiente a farlo ?cantare? .
Una volta preso il via si è lasciato andare anche a qualche sua personale riflessione su Guido e sulla sua sparizione: non gli era mai stato simpatico, questa era la summa, forse perché, per stessa ammissione del portiere, non gli aveva mai dato confidenza e questo per lui era un vero e proprio affronto, la negazione stessa della sua figura, del suo ruolo. Sicuramente a Guido il pettegolame non interessava. Comunque non mi sono lasciato coinvolgere più di tanto dalla coincidenza, l?ennesima, per quanto inquietante fosse.
L?appartamento da ristrutturare era un trilocale più bagno e cucina con un piccolo balconcino interno. Il lavoro da fare era complesso: bisognava creare un secondo bagno restringendo la stanza più ampia e diramando condotti e tubature dopo aver scoperchiato il pavimento, ricoprire tutto, stendere un velo di parquet a listarelle in ogni dove, tranne bagni e cucina ovviamente e infine ritinteggiare tutti i locali dopo aver controsoffittato tutto per risparmiare almeno 7 gradi in estate ai futuri inquilini, studenti probabilmente secondo il trend del quartiere. Era un ultimo piano infatti, e si sa i tetti si infuocano nella bella stagione.
Ho dovuto chiamare una piccola squadra di operai, soprattutto per la piastrellatura del bagno che non è mai stato il mio forte; tutti amici o amici di amici, per lo più polacchi, i migliori a mio avviso.
I due mesi sono passati velocemente e alla consegna dell?appartamento mi sono ritrovato con un bel gruzzolo in mano che mi avrebbe permesso di vivere tranquillamente per almeno un paio di mesi e da cui forse sarei riuscito a tirar fuori anche qualcosa per un week-end all?estero, per distrarmi un po?.
L?ultimo viaggio che avevo fatto in effetti risaliva all?ottobre di due anni prima quando finalmente ero riuscito a visitare la città che all?epoca era al numero uno nella mia personalissima top-list dei luoghi da vedere: Lisbona.
Era stata una vacanza piacevole, due settimane di totale relax in cui avevo alternato le visite ai musei e ai monumenti più importanti con emozionanti passeggiate nel quartiere dell?Alfama, vero cuore storico della città con le sue stradine, le sue piazzette e le sue scalette; un vero dedalo di vicoletti in cui perdersi era la cosa migliore che potevi fare e dove tornare voleva dire scoprire certamente nuovi scorci, nuovi odori, nuovi volti a nuove finestre.
Ricordo di essere entrato in minuscoli baretti con i muri coperti di azulejos per bere economicissimi bicchieri di vino branco, di essere rimasto seduto su un muretto a guardare la partita a nascondino più pittoresca della mia vita, in una piazzetta antistante una chiesa malridotta da cui si dipartivano viuzze strette come calzini in cui bambini multicolori trovavano il loro nascondiglio.
È una questione di atmosfera, fondamentalmente è quella che ricordo, la malinconia che si sprigiona da ogni cosa, dai vecchi tram con gli interni in legno come dai palazzi fatiscenti o dalle piccole botteghe buie che vendono di tutto ma che appaiono sempre vuote; anche il mercato del martedi , feira da ladra, è ben lontano dalla caotica allegria di Porta Portese.
Neanche il sole, che peraltro si mostrò raramente in quei giorni, riesce a rimuovere questa patina di dolce tristezza che avvolge tutto e forse è proprio questa la sua magia.
Era stato un viaggio indimenticabile, solitario ed indimenticabile.
Mi piace viaggiare da solo, vagare per luoghi sconosciuti, usare il perdermi come mezzo per ritrovarmi; il viaggio anche come terapia, come occasione per incontrare se stessi.
Forse è venuto il momento di concedermi una piccola vacanza; Praga è in cima alla lista delle preferenze ma forse potrò farmi solo un week-end e credo che una città così necessiti più tempo per essere visitata e scoperta. Forse con due soli giorni a disposizione potrei tornarmene ad Amsterdam.
Forse riuscirò a trovare un volo low cost, ormai le compagnie che adottano queste tariffe sono parecchie. Domani mi informerò presso qualche agenzia su prezzi e disponibilità.
Nel frattempo è ora di dare una ventata di nuovo al mio guardaroba. Non sono uno di quelli fissati con la moda del momento o con le griffe rinomate ma è pur vero che sono due anni che non compro un maglione o un nuovo paio di pantaloni, per non parlare delle scarpe.
Gli anfibi che porto abitualmente, due paia, uno amaranto ed uno antracite, sono lì lì per fare epoca, prepensionamento avanzato, e i miei adorati jeans neri sono già stati rattoppati al cavallo e sul lato destro si sta pericolosamente aprendo una feritoia che, se non intervengo subito, si trasformerà allegramente quanto repentinamente in un boccaporto. È ora di correre ai ripari.
E poi ci sono i saldi ! ! ! La grande truffa del mercato direbbe qualcuno.
Comunque ho girato un po? di vie commerciali alla ricerca di articoli interessanti e rispondenti alle mie esigenze (un minimo di narcisismo è consentito a tutti).
Ho cominciato dalle scarpe, le uniche per cui non bado a spese; la durata e soprattutto la comodità sono importantissime e si pagano; così ho acquistato due paia di stivaletti niente male, in ottima pelle e decisamente confortevoli.
Per il maglione invece mi sono affacciato al negozietto di vestiario freak dietro via dei Giubbonari; scambio sempre volentieri due chiacchere con il proprietario e anche oggi non mi sono astenuto dal farlo e alla fine sono uscito con un bellissimo golf rosso fuoco con zip sul davanti e collo alto.
Poi mi sono avventurato in un grande magazzino di piazza Vittorio dove per una cifra ragionevole ho portato via un paio di pantaloni arancione scuro con i tasconi stile militare: comodi e pratici, indubbiamente i miei preferiti. Visto che c?ero ho fatto anche scorta di biancheria in modo da stare tranquillo per un altro anno almeno.
Sono tornato a casa carico come un somaro, ma ho trovato il tempo e lo spazio per un?ultimo acquisto: un trancio di tonno fresco. Ho letto questa ricetta sul giornale di oggi: tagliata di tonno al pepe nero, sapori di Sicilia.
L?acquolina e il desiderio mi hanno accompagnato fino a casa, su per le scale fino al pianerottolo oltre il portone fin dentro la cucina: è ora di dargli soddisfazione.

IL RESPIRO DEL MONDO

Il respiro del mondo soffia sulla casa ed io non posso dormire.
C?è tutto un oggettario assortito che rotola lassù ed io non posso proprio dormire.
Giro tabacco e accendo.
La mia ragazza è febbricitante: giace di là con i Brandemburghesi a farle compagnia, unica nota di conforto. Ho provato a stare di là, seminudo accanto a lei, calda, avvolta, arrotolata
Poi ho sentito lo schiaffo, il primo, il secondo, altri in sequenza, cinque dita a dritto e rovescio sulla finestra.
Ero li che accumulavo invenzioni mentali, saliscendi infiniti di parole e suoni, avvinghiato dagli abbracci del fumo, coccolato ed innalzato, ma relegato al buio.
Il respiro del mondo ha colpito più forte; mi sono alzato, un altro schiaffo e via.
E che sorpresa ! Fuori il mondo è piegato ed umido.
File di case e palazzi paralleli parallelamente scorrono avanti e indietro in sequenze di incroci sul randomondo; non si scontrano mai e fluidamente si muovono come su dei binari, proprio come i treni che si vedono da quassù.
Provo ad immaginare centinaia di tetti, attrezzati ognuno con i propri residui, che trasmettono via muri portanti la loro orchestrazione rumorista.
Io sono fortunato, molto fortunato: ho appena colto l?assolo della sonata per stendino abbandonato.
Getto un?occhiata all?interno della stanza; la mia ragazza zufola, preda dell?effervescenza sciamanica.
Penso .?Mi dispiace ?, ma come si fa a perdere: ?Prove di alluvione ?, in technicolor, dolby surround,3 D.
Riempio il bicchiere, Messias dieci anni, mica uno.
E poi vai con gli effetti speciali: rosso, viola, rosso, bianco, rosso, rosso, viola, bianco, rosso.
E giù botte e schiaffi e c?è da aver paura, una paura fottuta a star lì fuori.
Io ho avuto paura la fuori, sull?Hatteral Ridge, la criniera di Hoffa.
Ho avuto paura che la nebbia mi divorasse con la calma dei certi, staccando pezzi di me e facendoli svanire lentamente dentro se; che la pioggia furiosa decidesse di dar via alla scalata dei miei arti inferiori con l?intento ben preciso di piantare la sua bandierina sul punto più alto del mio cranio.
Ho avuto paura al passo di Coledale. quando i fulmini mi misero al centro della loro scatenata quadriglia luminosa.
Paura, ma anche attrazione, anche desiderio in qualche modo.
Scricchiola casetta scricchiola.
Di affronti così ne vedi pochi, puoi stare tranquilla.
Il respiro del mondo soffia e che vuoi fare.
La mia ragazza dorme, i Brandeburghesi sono morti e i vetri si stanno asciugando.
Cari i miei barattoli vecchi, suonatemi la ninnananna.

_______________

IMPULSO

Pensiero
Contrazione
Muscolatura
Invio
Parole
Una cosa sola

Lo strano percorso dell?impulso

Mi sono svegliato in una bella giornata di sole come quelle che solo una città splendida come Roma sa dare, una giornata pungente di tramontana: sono quelle che amo di più.
L?azzurro sbiadito del cielo torna a saturarsi; mi ricorda quello delle dolomiti, di quando da piccolo i miei mi portavano in vacanza da quelle parti per farmi conoscere e amare la montagna.
Sono arrivato a termini con la metro ma la meta finale era l?agenzia viaggi di fiducia a pochi passi da piazza Navona, quindi ho puntato verso il centro attraversando, senza fretta, rione monti.
Via Urbana giù fino a piazza degli zingari, su per via Clementina poi via Cimarra; ho preso un caffè al baretto del Boschetto, mi sono affacciato sui Serpenti poi via Baccina mi ha portato davanti ai fori. Salita del grillo e giù verso piazza Venezia via scaletta. Una sigaretta seduto ai piedi della colonna traiana; con la coda dell?occhio vedo il colosseo. Poi dritto fino a Torre Argentina.
Sono passato davanti all?ex ?L?introvabile ? .
Il centro estetico fa bella mostra di se lì dove un tempo si vendevano storie.
Le vetrine promuovono shampoo alle provitamine e creme rassodanti di ogni varietà, per ogni tipo di pelle ed ogni tipo di botulino per ingannare il tempo.
Resto fermo lì davanti a fumarmi l?indecisione e la frenesia. Entra una signora in pelliccia con un trucco pesantissimo e tanta, troppa chincaglieria addosso; sembra addobbata ma natale è passato da un pezzo.
Sono tentato di entrare. Mi serve un motivo plausibile. Hanno fatto il solarium: trovato !!!
Attraverso la strada e quasi ci lascio le penne. Sono nervoso. Finto un paio di ingressi e poi mi decido e vado.
Al bancone c?è una ragazza superlampadata (spenderà mezzo stipendio in bagni solari).
Chiedo i prezzi per l?abbronzatura artificiale e intanto faccio correre lo sguardo, lei fa scorrere il suo sull?agenda per trovarmi posto.
Mi informo sui prezzi e guadagno secondi preziosi per ulteriori sguardi. L?hanno trasformato alla grande: soppalchi sui lati, un?ampia scala per i piani inferiori, di lusso ma non proprio a norma.
Nel frattempo la ragazza ha trovato un buco libero per me, martedì prossimo alle 17,30 e?
?Accidenti io martedì proprio non ci sono, parto per le Barbados ?.
?Beato lei ? mi risponde con un sorriso caramelloso la bronzea commessa.
Io lancio un?ultima occhiata.
?Semmai quando torna ? aggiunge, ?per mantenere il colore ?.
?Semmai ?, rispondo, ed esco.
Fuori mi rendo conto di essere madido di sudore; mi serve un sostegno. Entro in un bar e prendo una grappa. Sono solo le 11,30 e non è mia abitudine bere prima delle 18.
Per un attimo sento la testa girare, ma l?aria pungente rimette la bilancia sul pari.
Mi allontano velocemente. È stata una pessima idea.
Faccio per avviarmi verso piazza Navona ma poi cambio idea, fanculo l?agenzia di viaggi, ho voglia di altri vicoli, e mi dirigo verso campo de fiori.
Magari un pezzo di pizza bianca, dal fornaio però. Lo faccio ed è godimento puro. Riparto.
Passo davanti alla grande M dorata; al bancone c?è la fila. Che follia nutrirsi di pane gommoso e carne di dubbia bovinità. Continuo a mordicchiare e mi lascio dietro l?alone di fetore che circonda il fast food come un?aura oscura e maligna. Che il colesterolo abbia pietà di voi.
Con lo stomaco pieno e il cuore più tranquillo ho continuato a vagare; via del pellegrino con le sue botteghe di artigianato (quelli che un tempo erano i bordelli della Roma papalina,dove ci si toglievano gli ultimi sfizi prima di andare in vaticano per una bella indulgenza purificatrice); il vicolo degli specchi dove mi piaceva sostare nei miei vagabondaggi giovanili per quel senso di spaesamento che tutte quelle rifrazioni mi davano; via di Monserrato, meraviglioso affluente di piazza Farnese e poi i Banchi vecchi e quelli nuovi, la meravigliosa prospettiva di via Giulia, l?unicità del Passetto del biscione fra largo del pallaro e campo de fiori.
Ho attraversato il ghetto, ho salutato le tartarughe dell?omonima fontana; ho raggiunto il lungotevere, l?ho scavalcato e mi sono affacciato dal ponte sull?isola Tiberina ad osservarla, grande pesce emerso. Poi sono sceso sul suo grande piedistallo.
Mi sono sdraiato sui lati scoscesi dei suoi argini; il sole mi ha avvolto, meraviglioso, con i suoi caldi fili e io mi sono abbandonato, mi sono lasciato cullare da lui come da una balia premurosa ed un ricordo è emerso spontaneamente come una sirena che si affaccia sull?arenile ad osservare noi poveri umani: il ricordo di una mattina, una mattina bellissima di un primo gennaio di qualche anno prima. C?era il silenzio ovattato e irreale tipico della città che ha vissuto schiamazzando l?ultimo giorno dell?anno fino a tardissimo e che nell?ora usuale del risveglio trova il sonno.
Quattro amici, distesi a fumare e a raccontarsi storie dopo aver festeggiato in casa, dopo aver guardato da un minuscolo tetto sul mondo la città esplodere e brillare radiosa di fuochi, urlante e fragorosa traghettare i suoi figli da un anno all?altro.
Avevamo sfiorato la celebrazione di un altro evento, un parto che vide il suo compimento il giorno dopo; in realtà era quello il motivo per cui ci trovavamo li. Un?amica sulla soglia della maternità, quale modo migliore per festeggiare l?inizio di un nuovo anno.
Ma la vera festa era stata là sotto, sugli argini, pennellati dal sole di quella prima mattina così anomala, sottofondati dal rumore del fiume che in quel punto rotola su se stesso e si avvita in piccole rapide spumeggianti.
Avevamo ricordato passati comuni e personali, avevamo snocciolato pensieri come grani di rosari, avevamo urlato sogni speranze e progetti al lieve vento perché li innalzasse al cielo per nutrirli di possibilità, avevamo sussurrato segreti, sicuri che il fiume li avrebbe tenuti prigionieri per sempre sull?isola e avevamo riso. Quante risate, se mi concentro posso ancora sentirne l?eco girare in un gioco di rimbalzi sotto l?arcata del ponte.
Mi ricordo felice, uno di quei rari momenti di felicità assoluta e spensierata, stanco alla morte, sfinito ma ancora avido di condivisione e di unione.
Quel giorno (o quella notte, non esisteva una divisione e il senso del tempo era comunque andato) non sarebbe dovuto finire mai.
E allora sono rimasto li, non so per quanto, con gli occhi aperti sul cielo o chiusi nella memoria.
Era bello.
Era bello e sono rimasto.

CARTOLINE

È mercoledi, mercoledi mattina, all?incirca le 9,30. Sono dentro già da mezzora.
Questo è il momento in cui adempio al fastidioso compito del ?riempimento espositore cartoline?.
S. Pietro di notte, appia antica tramonto finto, Spagna alba colosseo nuvole, S. Angelo ponte; questi ed altri nomi simili, recitati a bassa voce come una nenia, sono la colonna sonora di questo rituale che ogni mercoledì mattina che dio ha fatto svolgo con meccanica freddezza.
Le cartoline di Roma, cento, mille cartoline diverse; circa 15 soggetti, sempre i soliti, nelle inquadrature più disparate e ardite. Cartoline laccate, scattate e ri-editate ad arte, fatte per piacere, cambiate, sostituite con frequenza esasperante per dare all?acquirente sempre qualcosa di nuovo.
Odio le cartoline !!! Odio doverle rimpinguare; odio doverle valutare, analizzare ed infine scegliere sotto l?occhio entusiasta del rappresentante di turno. Odio dover porre rimedio giornalmente allo scempio che dell?espositore fanno le avide mani dei turisti che presi dalla foga di comunicare ai loro parenti e amici la loro gioia per il soggiorno romano ne prendono a pacchi per poi mischiarle durante la scelta, mischiarle come in un poker da bisca e risistemarle a caso nelle apposite tasche.
Sia ben chiaro, non è che odio le cartoline in generale, anzi anche io ne faccio uso quando parto anche se con un gusto particolare per quelle brutte, possibilmente anni ?60 o?70, volendo ingiallite o stropicciate, avanzi di avanzi di giacenze che nessuno comprerebbe mai e che io invece scelgo gustando spesso dell?incredulità e del sorriso del venditore che le espone, senza alcuna speranza di venderle, insieme alle consorelle più degne.
Odio però quelle della mia città, di Roma, esposta così in riquadri 10×15 al pubblico consumo.

POSTCARDS PSYSHOLOGICAL PROFILER

IL 3 P

SOGGETTO A

Questo soggetto, dopo un brevissimo ma attento esame dei vari esemplari di cartoline disponibili ne sceglie uno, uno soltanto, e di quello ne prende il numero che gli serve.
Questo comportamento denota una monotonia di base e una scarsa attitudine alla creatività, ma anche poca considerazione di coloro che riceveranno il ricordino postale.
Costui infatti li considera tutti alla stessa stregua, il che potrebbe essere sintomo di eccesso democratico ma più probabilmente cela un menefreghismo generalizzato provato anche dallo sguardo vacuo che solitamente lo caratterizza

SOGGETTO B

Si caratterizza per la velocità con cui sceglie i soggetti; questo perché in realtà la sua non è una scelta ma una vera pesca casuale e senza regola alcuna.
Costui prende le cartoline non per il piacere di mandarle ma solo perché dentro di se, nel suo ego più profondo, sente che deve farlo, che è in qualche modo obbligato a compiere questo sacro rituale popolare.
L?obbligo morale rende totalmente inutile qualsiasi forma di scelta, perdere anche un solo minuto del proprio tempo in una cosa così inutile, tanto lo devi fare e quindi una vale l?altra.
Lo stato confusionale indotto da questa sorta di dipendenza svanirà solo quando le cartoline acquistate saranno state scritte affrancate e spedite.
Solo allora il soggetto in questione ritroverà pace.

SOGGETTO C

Trattasi di soggetto paranoico afflitto da manie di persecuzione. Costui non vuole spedire le sue cartoline come la maggioranza degli esseri umani bensì le vuole proteggere da sguardi indiscreti o da indiscrete e furtive mani sigillandole in una busta come una lettera. La sua scarsa fiducia nel mondo esterno e negli altri, pur trovando qualche giustificazione nell?effettiva esistenza di postini cleptofeticisti e portieri o vicini impiccioni, lo rende un personaggio schivo e pauroso che rinuncia a spedire la sua cartolina come rinuncia a spedire la sua vita in altre direzioni.

SOGGETTO D

La monomaniacalità pervade i soggetti di questo tipo. Costoro, pur scegliendo attentamente le immagini che vogliono inviare hanno come priorità che la foto sia verticale (sottogruppo D 1) o orizzontale (sottogruppo D 2). Una frustrazione dolorosa o (nei casi peggiori) esplosioni scomposte di rabbia sono le reazioni che si possono riscontrare negli appartenenti a questa categoria che trovano la cartolina che avrebbero sempre voluto mandare ma nel formato sbagliato. Inguaribili perfezionisti saranno spesso condannati alla delusione dalle decisioni di un grafico impaginatore.

SOGGETTO E

Diametralmente opposto al soggetto A il soggetto E si sistema a gambe divaricate di fronte all?espositore dove si attarda anche venti minuti per scegliere venti cartoline (ma la media può anche superare il minuto per unità). La loro valutazione è lunga, le variabili sono tante.
Le più importanti: legame di parentela o di amicizia, sensibilità del ricevente, predisposizione ai diversi colori, conoscenze in campo artistico architettonico, religiosità o laicità?..
Questa eccessiva meticolosità nello scegliere è sintomo di un?enorme difficoltà ad accettare i propri errori e la paura stessa di sbagliare, di essere inadeguati.

SOGGETTO F

Ben più leggera la condizione di coloro che appartengono a questa categoria.
Eterni mammoni, adoratori assoluti di nonne e nonni, infaticabili frequentatori di zii prozii e cugini vari, devotissimi del culto paterno, costoro non potrebbero neanche lontanamente tollerare di escludere qualsiasi parente più o meno prossimo dall?invio di una cartolina commemorativa del loro soggiorno. E allora per non sbagliare una volta prelevato un cospicuo numero di cards si sistemano di fronte al commesso e, come in un immaginario solitario, cominciano a contarle associandole ai nomi dei parenti. Quando il conteggio delle cartoline e dei cari finisce contemporaneamente esprimono grande soddisfazione guardandosi sorridenti; ma non è raro che alla fine qualcuno dica qualcosa come: ?E la prozia Nancy ??. E allora via con un?altra mano di solitario, perché nella vita è meglio essere sicuri.

SOGGETTO G

Altro tormento del commesso è colui che dopo un processo di scelta relativamente sereno e dopo aver pagato scatena la sua follia decidendo di dare il via, indifferentemente dal numero di pezzi acquistati, al processo di stesura dei suoi messaggi di saluto proprio lì davanti a te, bloccando generalmente il normale deflusso degli altri acquirenti e creando scompiglio sulla già ridotta superficie piana a disposizione (il bancone). Va molto peggio quando il soggetto in questione
pretende un?interazione in fase compositiva che va dalla ?simpatica frase in italiano ? o alla ?ricetta della pizza margherita ? fino ad arrivare alla consulenza amorosa in stile Cyranò (si sa che noi italiani?)
Il suo problema è l?invadenza congenita che gli rende impossibile relazionarsi, soprattutto con un addetto alle vendite che ha già i suoi di problemi.

SOGGETTO H

Sul furto si è detto e scritto tutto, eppure questo soggetto merita un approfondimento.
Il suddetto è infatti caratterizzato da tratti di follia che rasentano l?assurdo.
Costui ruba le cartoline, e questo rientrerebbe nella norma, ma non ruba quelle che gli piacciono.
Mostrando analogie con il soggetto A egli svuota una tasca sola dell?espositore (capienza circa quaranta pezzi) a caso. Ora, dato per scontato che non le spedirà mai tutte e 40 (i francobolli non li può rubare e non li regalano), cosa ne farà ? Ne farà dono a tutti i suoi amici ? Le metterà nei tergicristalli delle macchine come pubblicità, che so, del colosseo?
No; ?sfregio ?, ?vendetta per torti subiti ? e ?manie di protagonismo ? sono le sue probabili motivazioni.

APPUNTI

Ci sono persone che comprano solo ed esclusivamente cartoline del papa.
Misticismo ? Sudditanza psicologica nei confronti del dogma ? Identificazione col sacro?

Individuato questo nuovo soggetto. Similitudine: il cacciatore dell?impossibile.
?vuole le cartoline inesistenti?.soggetti che non hai o soggetti che nessuno si sognerebbe mai di riprodurre su cartolina?..collegamenti con soggetto D

?.perché prendi una cartolina (0.50 ?) e vuoi pagare con 50 ???
??.subito dopo l?apertura?..spicciare o martoriare ?

I nostalgici ! ! ! ??. Sindrome da non progresso? Antievoluzionismo? Arrendevolezza al retrò ?
?..cosa affligge le persone che chiedono solo le cartoline di ?Roma sparita ???
sbuffano delusi e chiedono sempre ?perché non le fanno più ???.

??.ma non sapete leggere ?!!! eppure è scritto a caratteri cubitali: 0.50 ?. Vengono, ti porgono le cartoline, tu le conti, le batti in cassa, gli comunichi il totale e loro candidamente: ?così tanto ?
no, non le prendo ? te le lasciano li e vanno via?.. distacco dalla realtà ??..sottogruppo : ?io le ho viste a 0.40,a 0.35? E perché non le hai prese, idiota !!!!??????..

Ci sono cascato con tutte le zampe !
Ho persino riappeso la foto in bagno ! !
Cavolo,ho resistito solo tre mesi ! ! !
Devo partire.
Volo low-cost per Amsterdam.
Io parto. I diari restano. Guido Donati anche.

Film della domenica

25 Febbraio 2007 2 commenti


Ma com?è che certi film mi scuotono così tanto ? vabbè, in fondo poi lo so ma mi sorprendo sempre quando la lacrimuccia esce.
Il film spremi occhi di oggi è ?The fisher king? (la leggenda del re pescatore) di quel santuomo di Terry Gilliam.
Robin Williams io lo adoro dai tempi di Mork e Mindy e Jeff Bridges, che dire, è bravo (non come nel grande Lebowsky ma?.).
Terry gilliam poi è fra i miei registi preferiti fin dai tempi del misconosciuto ?Time bandits? (I banditi del tempo) e del superlativo ?Brazil?.
Fatto stà che me so fatto er piantarello domenicale
Forse mi ci vuole una siringata di cemento nel corazon. Chissà.

Dal film:
?Vorrei che ci fosse un modo di pagare la multa e andare a casa?